Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum


MARTYRIA a Lampedusa – 1° tappa – L’USCITA

Siamo chiamati ad uscire per andare verso le periferie esistenziali e geografiche del mondo. Partendo da Lampedusa, “periferia del mondo”, teatro della tragedia dello
scorso ottobre, ecco il racconto di testimoni che hanno vissuto e vivono il senso dell’essere martire: colui che impara ad uscire da sé e a donarsi come Gesù.

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Verso il Convegno Missionario Nazionale di Sacrofano: Videolectio 1 – USCIRE

In preparazione al IV Convegno Missionario Nazionale (Sacrofano, Roma/ 20-23 novembre 2014) vi presentiamo la videolectio che ci introduce alla prima tematica del nostro cammino: Uscire, ovvero la chiamata ad andare verso le periferie geografiche ed esistenziali del nostro tempo, declinata attraverso tre figure bibliche: Mosè, Gesù e Paolo.
Tre biblisti ci presentano i tratti “missionari” di questi personaggi. Rosanna Virgili, partendo dal libro dell’Esodo (2,11-15), evidenzia l’atteggiamento di un uomo, Mosè, che ha la pretesa di “fare giustizia a coloro che erano lontani”, gli ultimi, al suo popolo reso schiavo in Egitto. Esempio per la Chiesa, ad uscire e ad andare verso i poveri e diseredati.
Padre Fernando Armellini, invece, presenta l’episodio riportato dal vangelo di Marco (7, 24-30), dell’uscita di Gesù verso la donna Cananea, a Tiro, in terra pagana, come superamento di quella mentalità ristretta, respirata anche dal Nazareno, che distinguendo tra puro e impuro costruiva barriere verso i Gentili.
E’ sulla chiamata di Paolo ad uscire, infine, che si concentra la riflessione di don Antonio Pitta che, richiamando gli Atti degli Apostoli (22,1-21) e la Lettera ai Gàlati (1,11-17) ci fa comprendere come Paolo diventi missionario per i Gentili, uscendo verso le città principali del suo tempo (Antiochia, Efeso, Roma). Viene sottolineata la dimensione missionaria della Chiesa, frutto dello Spirito e azione tutta segnata dalla Grazia, lontana da ogni forma di proselitismo.

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Dio si impietosì

Il libro di Giona e la sua prosecuzione neotestamentaria è la più decisa negazione del relativismo e dell’indifferenza che si possa immaginare

Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sulla predicazione del profeta Giona nella città di Ninive 

Dio si impietosì

Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede sulla predicazione del profeta Giona nella città di Ninive 

del cardinale Joseph Ratzinger

Meditare la Parola

Il libro di Giona non narra avvenimenti che si sono avverati in un lontano passato; è una parabola.
Nello specchio di questo racconto parabolico appare il futuro e nello stesso tempo viene sempre di nuovo spiegato alle diverse generazioni il presente, che solo nella luce del futuro – in ultima analisi in quella luce che proviene da Dio – può essere capito e rettamente vissuto.
Perciò questa parabola è profezia: essa getta la luce di Dio sul tempo e con ciò ci chiarisce la direzione in cui dobbiamo muoverci perché il presente si apra sul futuro e non vada in rovina. In questa parabola profetica si possono distinguere tre cerchi.
Il testo annuncia a Israele incredulo la salvezza per i pagani, anzi, che i pagani precederanno Israele nella fede. L’ingresso dei pagani nella fede nell’unico Dio, che si è rivelato a Israele sul Sinai e oltre, risulta chiaramente in due passi del piccolo libro.
I marinai (cfr. Gn 1,4-16), che normalmente venivano considerati come crudeli e lontani da Dio, si convertono quando assistono al placarsi della tempesta.
Riconoscono che la descrizione che Giona ha dato del suo Dio è vera: è il Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra. Riconoscono questo Dio del cielo come l’unico vero Dio che tiene in mano l’universo. E sanno che il riconoscimento deve diventare un atto: già sulla nave fanno un sacrificio e promettono nuove azioni di grazie non appena saranno giunti a destinazione. Importante è che Gerusalemme non appare più come l’unico luogo in cui si può sacrificare a Dio – il suo tempio è ovunque. Ancora un altro elemento è importante in questo racconto: i marinai si erano mostrati pieni di compassione e rispetto di fronte alla vita umana e solo su insistenza di Giona avevano osato gettarlo in mare, nello stesso tempo però implorando perdono per questo sacrilegio. In questa loro umanità si può vedere, per così dire, una disposizione alla grazia, che rendeva loro possibile l’accesso alla fede.
La seconda profezia (cfr. Gn 3,1-10) davvero centrale per la salvezza dei pagani si trova nella storia di Ninive. Gli assiri, la cui capitale era Ninive, erano il popolo guerriero più brutale dell’antico Oriente; Ninive è indicata nel capitolo terzo di Naum come città sanguinaria. Ci viene data così un’idea della sua “malizia” la cui fama è “salita fino” a Dio (Gn1,2). La città è simbolo per eccellenza dell’infamia del peccato umano, quello che si accumula negli agglomerati delle grandi città. Essa è “paganesimo” nella sua forma più compatta. L’incredibile accade: la città crede al profeta e crede che c’è un Dio, il Dio per eccellenza, e non solo i suoi dei. Crede che c’è un giudizio e fa penitenza. La contrapposizione all’Israele sicuro di sé si fa qui estremamente chiara. Il capitolo 36 di Geremia ci racconta come Geremia abbia fatto leggere al re Ioiakìm il rotolo con l’annuncio delle punizioni.
Il re resta seduto sul trono e taglia pezzo per pezzo il rotolo, che alla fine diventa per intero preda delle fiamme. Il re della malvagia città di Ninive invece si alza dal trono, si spoglia di tutte le insegne regali e si mette a sedere come penitente sulla cenere. Il suo potere regale egli lo usa ora soltanto per imporre a tutti – uomini e animali – un digiuno completo, per richiamare alla penitenza, allo scendere dai loro seggi nella cenere. Chi è sceso è colui che sale a Dio: Dio si impietosisce e salva. La salvezza dei pagani è la salvezza di quelli che accettano la discesa di Dio e scendono da se stessi. La salvezza è fondata sulla penitenza. Chi è pieno di sé si preclude la salvezza.
Vediamo trasparire qui l’intero Vangelo di Cristo. Nel libro di Giona si compenetrano Antico e Nuovo Testamento e si mostrano come una sola cosa.

2) Il libro di Giona ci annuncia l’avvenimento di Gesù Cristo – Giona è una prefigurazione della venuta di Gesù. Il Signore stesso ci dice questo nel Vangelo del tutto chiaramente.
Richiesto dai giudei di dar loro un segno che lo riveli apertamente come il Messia, risponde, secondo Matteo: “Nessun segno sarà dato a questa generazione se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt12,39s).
La versione di Luca delle parole di Gesù è più semplice: “Questa generazione […] cerca un segno ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione” (Lc 11,29s). Vediamo due elementi in entrambi i testi: lo stesso Figlio dell’uomo, Cristo, l’inviato di Dio, è il segno. Il mistero pasquale indica Gesù come il Figlio dell’uomo, egli è il segno in e attraverso il mistero pasquale.
Nel racconto veterotestamentario proprio questo mistero di Gesù traspare del tutto chiaramente.
Nel primo capitolo del libro di Giona si parla di una triplice discesa del profeta: egli scende al porto di Giaffa; scende nella nave; e nella nave egli si mette nel luogo più riposto. Nel suo caso, però, questa triplice discesa è una tentata fuga davanti a Dio. Gesù è colui che scende per amore, non per fuggire, ma per giungere nella Ninive del mondo: scende dalla sua divinità nella povertà della carne, dell’essere creatura con tutte le sue miserie e sofferenze; scende nella semplicità del figlio del carpentiere, e scende nella notte della croce, infine persino nella notte dello Sheòl, il mondo dei morti. Così facendo egli ci precede sulla strada della discesa, lontano dalla nostra falsa gloria da re; la via della penitenza, che è via verso la nostra stessa verità: via della conversione, via che ci allontana dall’orgoglio di Adamo, dal volere essere Dio, verso l’umiltà di Gesù che è Dio e per noi si spoglia della sua gloria (Fil 2,1-10). Come Giona, Gesú dorme nella barca mentre la tempesta infuria. In un certo senso nell’esperienza della croce egli si lascia gettare in mare e così placa la tempesta. I rabbini hanno interpretato la parola di Giona “Gettatemi in mare” come offerta di sé del profeta che voleva con questo salvare Israele: egli aveva timore davanti alla conversione dei pagani e al rifiuto della fede da parte di Israele, e per questo – così dicono – voleva farsi gettare in mare. Il profeta salva in quanto egli si mette al posto degli altri. Il sacrificio salva. Questa esegesi rabbinica è diventata verità in Gesù.

3) Giona rappresenta Gesù ma rappresenta anche Israele nella sua resistenza alla misericordia universale di Dio. Il nome di Giona significa colomba.
In Osea 7,11, Efraim è indicato come colomba “ingenua, priva di intelligenza”. Giona, in cui da una parte traspare il mistero di Gesù, è, dall’altra, una incarnazione dell’Israele testardo che ha timore della salvezza dei pagani e fa resistenza di fronte a questa salvezza, che insiste sulla unicità della sua predilezione che non vorrebbe dividere con nessuno.
Mentre Elia era turbato dal suo insuccesso e per questo voleva fuggire da Dio e morire, Giona ha paura del successo: fin dall’inizio egli teme che alla fine non sarà emesso il giudizio. Egli conosce Dio e sa che alla fine in lui la grazia prevale sempre sul giudizio. Egli però augura ai malvagi abitanti di Ninive il giudizio e non la grazia. Si augura che la sua predicazione si manifesti come vera attraverso il giudizio e non che la misericordia di Dio, per così dire, possa farla apparire superflua. Egli somiglia in questo al fratello maggiore della parabola di Gesù del figliol prodigo, che in realtà è la parabola dei due fratelli. Se il prodigo non viene punito e non sprofonda nel fango allora la mia fedeltà, pensa il fratello maggiore, risulta inutile, poiché la dissolutezza sarebbe meglio della fedeltà: così gli sembra. Una concezione simile si trova in Giona, si trova nella resistenza di Israele contro l’ingresso dei pagani nella promessa “senza l’opera della legge”.
Ci dobbiamo domandare nel passo successivo che cosa questo significa per noi.

La Parola illumina la nostra via e la interpella

1) Nella storia il paragone tra i pagani diventati credenti e l’Israele infedele è diventato presto causa di malintesi che dobbiamo constatare e combattere in ogni generazione, poiché adesso nella Chiesa siamo diventati “Israele” e corriamo lo stesso rischio di Israele: il rischio “dell’egoismo della salvezza”, il rischio di guardare Israele dall’alto in basso e considerarci automaticamente giusti.
Già Paolo, invece, diceva nella Lettera ai Romani: “Essi sono stati tagliati a causa dell’infedeltà mentre tu resti lì in ragione della fede. Non montare dunque in superbia ma temi!… Considera dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono caduti, bontà di Dio invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai reciso” (11,20ss).
Troviamo qui due parole chiave: “credere” e “restare nella bontà di Dio”.
Crediamo veramente? Non soltanto in teoria, ma in modo tale che la fede diventi fondamento della nostra vita, in modo tale che lasciamo la nostra vita nelle mani di Dio? E rimanere in Dio significa rimanere nella sua bontà: questo è il nocciolo del credere.
Non temere la sua bontà – non temere che egli potrebbe essere troppo buono con gli altri cosicché la mia fede non avrebbe valore; rimanere nella sua bontà, averne parte: questo è il segno della fede.

Noi cadiamo sempre nella tentazione del fratello maggiore o dell’operaio della prima ora: crediamo che la fede abbia valore solo se gli altri hanno di meno. 

Ma pensiamo che sia più bello vivere nell’infedeltà e nella sua apparenza di verità piuttosto che stare nella casa del Padre? La fede è per noi un peso che continuiamo a portare ma di cui in fondo vorremmo sbarazzarci o riconosciamo che la libertà apparente della infedeltà lascia vuota la vita, riconosciamo che è bello stare con Dio? Noi crediamo davvero solo se troviamo gioia in Dio e nella compagnia con lui e se, in forza di questa gioia, vogliamo trasmettere la sua bontà.

2) Se questi pensieri della universalità della misericordia divina e del sempre nuovo volgersi di Dio verso i pagani sono concepiti in modo superficiale, possono diventare pretesto per il relativismo e per l’indifferenza. La salvezza è comunque grazia, possiamo non meritarla, potremmo dire; è la stessa cosa essere pagani e essere cristiani, anzi forse meglio essere pagani, poiché i pagani non sono penetrati dalla giustizia che viene dalle opere e dalla presunzione, e possono così ricevere più facilmente la grazia come grazia. Allora non avrebbe neanche senso predicare il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo. Lasciamo che i pagani rimangono pagani, Dio avrà senz’altro misericordia di loro: così si potrebbe dire.
E così ci si sente naturalmente incoraggiati a essere pagani: se io pecco sono più vicino alla grazia, ci si dice; non cadrò così facilmente nella trappola dell’essere pieno di me. Uno sguardo al testo di Giona come all’intera Bibbia, in specie al Nuovo Testamento, mostra come tutto questo sia falso e superficiale. C’è anche un essere pieno di sé dei pagani, uno star bene col peccato. Finisce che il cuore diventa cieco, che non vuole più Dio, non vuole più la grazia, non conosce più alcun pentimento. Però ciò che è cattivo rimane cattivo. La malvagità era giunta fino a Dio, ci dice il libro di Giona, e Dio decide di intervenire, ciò che è malvagio deve essere superato. I misfatti di Hitler, di Stalin, di Pol Pot, di tanti altri, così come dei loro complici e simpatizzanti, sono misfatti che rovinano il mondo e precludono la strada verso Dio.
No, il duplice invito a Giona “alzati”, non era una finzione, ma un comando impellente il cui adempimento Dio imponeva a dispetto della resistenza del profeta. E Cristo non è venuto perché tutto è già buono e sta sotto il regime della grazia ma perché l’appello alla bontà e al pentimento è assolutamente necessario. 
Il libro di Giona e la sua prosecuzione neotestamentaria è la più decisa negazione del relativismo e dell’indifferenza che si possa immaginare. 
Anche per i cristiani di oggi vale “Alzati… e annunzia quanto ti dirò” (Gn 3,2). Anche oggi deve essere annunciato l’unico Dio, il Dio che ha fatto il cielo, la terra e il mare, e regna sulla storia.
Anche oggi è necessario agli uomini Cristo, il vero Giona. Anche oggi deve esserci pentimento perché ci sia salvezza. E come la strada di Giona fu per lui stesso una strada di penitenza, e la sua credibilità veniva dal fatto che egli era segnato dalla notte delle sofferenze, così anche oggi noi cristiani dobbiamo innanzitutto essere per primi sulla strada della penitenza per essere credibili.

3) Le parole chiave del nostro testo sono valide anche oggi e soprattutto per noi: conversione (“ognuno si converta”, Gn 3,8) e penitenza. Di per sé questa parola non è usata espressamente, ma l’annuncio “quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (Gn 3,4) contiene il simbolismo dei quaranta giorni che indica il peregrinare di Israele nel deserto e dà con questo una concreta immagine del tema della penitenza. Traspare qui il messaggio chiave del Nuovo Testamento, che Gesù esprime con le parole “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Ciascuno di noi deve riflettere cosa per lui significhi “conversione”. L’esperienza dei grandi convertiti, nella storia della Chiesa, fu che il sì a Cristo e alla sua Chiesa, il battesimo, innanzitutto comportò un inizio completamente nuovo, cambiò dal fondo la loro vita. Ma se avevano pensato che a quel punto tutto era fatto e nuovo per sempre, dovevano sperimentare che la strada della conversione andava quotidianamente ripresa e di nuovo percorsa.
Proprio questa è la differenza fra la sicurezza di Israele della sua predilezione e la Chiesa ex gentibus: la conversione non è bella e fatta, non è mai finita. L’immagine di Dio in te deve formarsi lentamente, lentamente deve accadere la trasformazione in Cristo, il “rivestirsi di Cristo”. Giorno per giorno io devo combattere contro la mia pigrizia, contro abitudini che mi asservono; contro i pregiudizi nei confronti del prossimo, contro simpatie e antipatie, dalle quali mi lascio trascinare, contro la ricerca del potere e l’autocompiacimento, contro l’avvilimento e la rassegnazione; contro la vigliaccheria e il conformismo come contro l’aggressività e la prepotenza.
Giorno per giorno io devo scendere dal trono e cercare di imparare la strada di Gesù. Giorno per giorno devo spogliarmi delle mie sicurezze, superare nella fede i miei pregiudizi; non decidere da me cosa significa essere cristiano, ma imparare dalla Chiesa e lasciarmi condurre da essa. Giorno per giorno devo sopportare gli altri, come essi mi sopportano, visto che Dio sopporta tutti noi…

4) Il libro di Giona è un libro teocentrico. Il vero attore è Dio. Sì, Dio agisce – non si è tirato fuori dalla storia (cfr. Gv 5,17). E Dio ama la creazione. Si occupa degli uomini e degli animali. È un Dio che combatte ciò che è cattivo e per questo deve anche punire come giudice per fare giustizia.
L’aspetto del giudizio, della punizione, della “collera” di Dio non deve sparire dalla nostra fede. Un Dio che accetta tutto non è il Dio della Bibbia, ma un’immagine sognata. Gesù si mostra come Figlio di Dio proprio perché può prendere la frusta e irato cacciare dal tempio i venditori. Proprio il fatto che Dio non è indifferente davanti a ciò che è cattivo ci dà fiducia. Ma rimane valido che la misericordia di Dio è senza confini. Dobbiamo sempre combattere contro il peccato e non perdere il coraggio di farlo, soprattutto oggi.
Non aiuta la strada dell’imbonimento, ma soltanto attraverso il coraggio della verità, che sa anche dire di no, noi serviamo il bene. Questo coraggio si nutre della consapevolezza della misericordia di Dio, del fatto che egli ama le sue creature, ci ama. 
Nella lotta contro il male in noi e attorno a noi non possiamo demordere; ma conduciamo questa battaglia nella coscienza che Dio sempre “è più grande del nostro cuore” (1Gv 3,20). Noi conduciamo la battaglia con una infinita fiducia e per amore, poiché vogliamo essere vicini a colui che amiamo e che ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Più impariamo a conoscere Dio più possiamo dire con la saggezza veterotestamentaria: “La gioia di Dio è la nostra forza” (Ne 8,10).

La lectio divina è stata tenuta dal cardinale Joseph Ratzinger nella chiesa romana di Santa Maria in Traspontina il 24 gennaio 2003.

Traduzione di Silvia Kritzenberger e Lorenzo Cappelletti

© Copyright 30Giorni febbraio 2003

FOTO: Rembrandt, “Il ritorno del figliol prodigo”


Il combattente e il sofferente

Paolo riteneva che un un apostolo non dovesse preoccuparsi di avere l’opinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere le coscienze!

All’ingresso della basilica di San Pietro, nel secolo XIX papa Pio IX ha voluto che fossero poste due possenti figure degli apostoli Pietro e Paolo, ambedue facilmente riconoscibili dai loro attributi: lechiavi nella mano di Pietro, la spada nelle mani di Paolo.
Chi guardasse la possente figura dell’apostolo delle genti senza conoscere la storia del cristianesimo, potrebbe farsi l’idea che si tratti di un grande condottiero, di un guerriero, che ha fatto la storia con la spada e in tal modo ha assoggettato i popoli.
Sarebbe allora uno dei tanti che si sono procurati gloria e ricchezza a prezzo del sangue degli altri.
Il cristiano sa che la spada nelle mani di quest’uomo significa esattamente il contrario: essa fu lo strumento con cui egli venne messo a morte. In quanto cittadino romano egli non poteva essere crocifisso come Pietro; morì dunque di spada. Ma anche se questa era considerata una forma nobile di esecuzione, nella storia dell’umanità egli rientra tra le vittime, non tra gli oppressori.
Chi si addentra nelle lettere di Paolo per cercare in esse qualcosa che assomigli a un’autobiografia nascosta dell’Apostolo, riconoscerà subito che l’attributo della spada non si riferisce solo allo strumento del suo martiri, che dice qualcosa degli ultimi istanti della sua vita; la spada può essere intesa, a ragione, come attributo della sua vita: “Ho combattuto la buona battaglia”, dice al suo amato discepolo Timoteo volgendo lo sguardo al cammino della sua vita, quando sente che la sua morte è ormai prossima (2Tim 4,7). Proprio in forza di parole come queste, Paolo è stato volentieri descritto come un combattente, come un uomo d’azione, anzi, come un violento.
Uno sguardo superficiale della sua vita sembra dar ragione a questa lettura: in quattro lunghi viaggi ha percorso una parte considerevole del mondo allora conosciuto ed è divenuto davvero l’apostolo delle gent, che porta il Vangelo di Gesù Cristo “fino agli estremi confini della terra”. Con le sue lettere ha tenuto unite le comunità, ha stimolato la loro crescita e ha rafforzato la loro costanza. Con tutta la forza del suo vivo temperamento egli si confronta con gli avversari, che non scarseggiano mai. Usa tutti i mezzi a sua disposizione per corrispondere il più efficacemente possibile al “dovere” di annunciare, che egli sente gravare su di sé (1Cor 9,16). Per questo egli continua a essere presentato come il grande attivista, il patrono di coloro che vanno alla ricerca di nuove strategie passionali e missionarie.
Tutto questo non è falso, ma non è Paolo nella sua interezza; anzi, chi lo vede solo così, non coglie ciò che più specificamente caratterizza la sua figura.
Anzitutto si deve osservare che la battaglia di san Paolo non fu quella di un carrierista, di un uomo di potere, men che meno quella di un conquistatore e di un dominatore. La sua fu una battaglia nel senso che a questa parola attribuisce Teresa d’Avila.
L’affermazione che “Dio ama le anime intrepide”, ella la spiega così: “La prima cosa che il Signore opera nei suoi amici quando diventano deboli è infondere loro coraggio e togliere loro la paura della sofferenza”.
A questo proposito mi viene in mente un’osservazione di Theodor Haecker, certo piuttosto unilaterale e anche un po’ ingiusta, da lui annotata nei suoi diarii durante la guerra; essa può comunque aiutarci a capire di cosa stiamo parlando. La frase cui mi riferisco suona così: “ Talvolta mi pare che in Vaticano si è del tutto dimenticato che Pietro non fu solo vescovo di Roma…ma anche martire”.
La battaglia di san Paolo fu la battaglia di un martire, fin dall’inizio. Detto con più precisione: all’inizio del suo cammino era stato un persecutore e aveva usato violenza contro i cristiani.
Dal momento della sua conversione era passato dalla parte del Cristo crocifisso e aveva scelto lui stesso la via di Gesù Cristo. Non era un diplomatico; quando fece dei tentativi diplomatici, ebbe poco successo. Era un uomo che non aveva altra arma che il messaggio di Cristo e l’impegno della sua stessa vita per questo messaggio.
Già nella lettera ai Filippesi egli dice che la sua vita sarà versata in libagione come sacrificio (Fil 2,7); alla sera della sua vita, nelle ultime parole indirizzate a Timoteo (2Tm 4,6) questa stessa espressione torna ancora una volta. Paolo era un uomo disposto a lasciarsi ferire e proprio questa era la sua vera forza. Non ha protetto se stesso, non ha tentato di tenersi fuori dalle contrarietà e dalle circostanze spiacevoli, men che meno ha cercato di assicurarsi una vita tranquilla. Anzi, ha fatto proprio il contrario. Ma precisamente il fatto che egli si sia esposto in prima persona, che non si sia tutelato, che abbia posto se stesso in balia delle contrarietà e si sia lasciato consumare per il vangelo, lo ha reso credibile e ha edificato la
Chiesa:
 “Desidero più di tutto consumarmi e mi consumerò per le vostre anime”.

Queste parole, tratte dalla seconda lettera ai Corinzi (12,15), mettono in evidenza l’anima più profonda di quest’uomo. Paolo non pensava affatto che il compito prioritario della pastorale fosse evitare le difficoltà e riteneva che un apostolo non dovesse anzitutto preoccuparsi di avere l’opinione pubblica dalla sua parte. No, egli voleva scuotere, rompere il sonno delle coscienze, anche a costo della vita. 

Dalle sue lettere sappiamo che egli fu tutt’altro che un abile parlatore.
Condivideva la mancanza di talento oratorio con Mosè e con Geremia, i quali affermavano davanti a Dio di essere del tutto inadatti alla missione a cui egli li chiamava e adducevano ambedue come scusa il fatto di non essere abili parlatori. “La sua presenza fisica è debole e la parola dimessa” (2 Cor 10,10), dicevano di lui i suoi avversari. Sull’inizio della sua missione in Galazia lui stesso racconta: “Sapete che ero ammalato e debole, la prima volta che vi annunciai il vangelo” (Gal 4,13). Paolo non ha operato grazie a una brillante retorica e per mezzo di raffinate strategie, ma impegnando se stesso in prima persona ed esponendosi per l’annuncio che portava. Anche oggi la Chiesa potrà convincere delle persone solo nella misura in cui coloro che annunciano in suo nome sono disposti a lasciarsi ferire. Dove manca la disponibilità a soffrire in prima persona , manca l’argomento decisivo della verità, da ci la Chiesa stessa dipende. La sua battaglia sarà sempre e solamente la battaglia di coloro che accettano di sacrificare se stessi: la battaglia dei martiri.
Alla spada nelle mani di san Paolo possiamo attribuire anche un altro significato, oltre a quello di strumento del suo martirio: nella Scrittura la spada è anche simbolo della parola di Dio, che “più efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio…giudica sui sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Questa spada ha condotto Paolo: con essa egli ha conquistato le persone.
“Spada”, in fondo, qui è semplicemente un’immagine della potenza della verità, che è di natura tutta propria. La verità può far male, può ferire – per questo è stata fatta la spada. E proprio perché la vita nella menzogna o anche solo nella scelta di ignorare la verità appare spesso più comoda rispetto all’esigenza del vero, che gli uomini si scandalizzano della verità, vogliono liquidarla, rimuoverla, spazzarla via dal loro cammino. Chi di noi potrebbe negare che talvolta la verità gli ha recato disturbo: la verità su se stessi, la verità su ciò che dobbiamo fare o non fare? Chi di noi può affermare di non aver mai tentato di mettere se stesso prima della verità o, quantomeno, di accomodare quest’ultima, almeno per renderla meno dolorosa?

Paolo era inquieto perché era un uomo della verità; chi si dedica alla verità, fino in fondo, e non vuole utilizzare nessun’altra arma, né prefiggersi alcun altro compito, non necessariamente sarà ucciso, ma giungerà comunque vicino al martirio: diventerà un sofferente. Annunciare la verità, senza diventare un fanatico o un calcolatore: questo è il grande compito.

Può darsi che la polemica abbia talvolta inasprito Paolo, al punto da farlo sembrare vicino al fanatismo, ma egli non è mai stato un fanatico, in nessun modo.

Testi colmi di benevolenza, come li leggiamo nelle sue lettere – i più belli li troviamo, forse, nella lettera ai Filippesi -, sono il vero tratto distintivo del suo carattere. Potè conservarsi libero dal fanatismo perché non parlava per se stesso, ma portava agli uomini il dono di un altro: la verità di Cristo, che è morto per questo e che è rimasto un uomo che ama fin dentro la morte. Anche su questo punto dobbiamo correggere un poco la nostra immagine di Paolo.
Abbiamo anche troppo in mente i testi più battaglieri di Paolo. Ma qui vale qualcosa di simile a quello che si dice di Mosè: vediamo Mosè come colui che facilmente si adira, come una personalità dura e inflessibile. Ma il libro dei Numeri dice di lui: Mosè era il più mite di tutti gli uomini (12,3; LXX). Chi legge Paolo nella sua interezza, scoprirà la mitezza di Paolo. Lo abbiamo già detto: il suo successo dipende dalla sua disponibilità a soffrire in prima persona. Ora dobbiamo aggiungere: la sofferenza e la verità vanno sempre insieme.

Paolo fu combattuto perché era un uomo della verità. Ma il fatto che ciò che resta delle sue parole e della sua vita sia cresciuto, dipende dal fatto che egli ha servito la verità e ha sofferto per essa. La sofferenza è necessaria per accreditare la verità, ma solo la verità dà alla sofferenza un significato. 

All’ingresso della basilica di San Pietro stanno le figure dei due apostoli Pietro e Paolo. Anche sul portale maggiore della basilica di San Paolo fuori le Mura essi sono raffigurati insieme, con scene dalla vita e dal martirio di entrambi. Fin dall’inizio la tradizione cristiana ha considerato Pietro e Paolo inseparabili l’uno dall’altro: insieme, essi rappresentano tutto il vangelo. A Roma il legame tra di loro come fratelli nella fede ha assunto anche un altro significato, molto specifico. Dai cristiani di Roma essi furono visti come il contraltare della mitica coppia di fratelli a cui si faceva risalire la fondazione di Roma: Romolo e Remo. Si può inoltre stabilire uno strano parallelismo tra questi due uomini e la prima coppia fraterna della storia biblica: Caino e Abele; il primo diventa l’assassino del secondo. La parola “fraternità”, considerata solo nel suo versante umano, acquista così un sapore amaro.
Come essa venga intesa tra gli uomini, lo si vede proprio nel fatto che in tutte le religioni viene rappresentata da simili coppie fraterne.
Pietro e Paolo, per quanto umanamente così diversi l’uno dall’altro e benché il rapporto tra di loro non sia stato esente da conflitti, appaiono come i fondatori di una nuova città, come la concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal vangelo di Gesù Cristo. Non è la spada del conquistatore a salvare il mondo, ma solo la spada del sofferente. Solo la sequela di Cristo porta alla nuova fraternità, alla nuova città: ce lo dice la coppia di fratelli che ci parla dalle grandi basiliche di Roma.

Da Joseph Ratzinger, “Immagini di speranza: Le feste cristiane in compagnia del Papa”, Edizioni San Paolo 2005

http://papabenedettoxvitesti.blogspot.it/2009/07/paolo-riteneva-che-un-un-apostolo-non.html?zx=4ef98359f9671e1a

 


Come è maturata la vocazione di Papa Benedetto nel racconto dell’allora cardinale Ratzinger

Da Peter Seewald, Joseph Ratzinger, “Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo” – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

Com’e arrivato alla sua vocazione? Quando si è reso conto di ciò a cui era destinato? Una volta Lei ha detto: “Ero convinto – io stesso non so come – che Dio voleva qualcosa da me, che poteva essere raggiunto solo diventando sacerdote”.

Si, ma non c’è stato nessun momento di improvvisa illuminazione, in cui potei riconoscere che sarei diventato prete. Al contrario, questa idea è maturata lentamente in me e ha dovuto essere continuamente rimeditata e fatta propria.
Non potrei nemmeno assegnare una data precisa a questa decisione. Ma mi sono presto reso conto che Dio ha un progetto per ciascun uomo, anche per me, che esiste un piano di Dio per me e così, a poco a poco, mi è apparso chiaro che quel che Egli aveva in mente aveva a che fare con il sacerdozio.

In un tempo successivo ha avuto dei momenti paragonabili a un’illuminazione o un’esperienza di illuminazione in senso proprio?

Per la verità, non ho mai avuto un’illuminazione nel senso classico del termine, come un’esperienza quasi mistica. Sono un cristiano del tutto normale. Ma in un senso più ampio, la fede dona al cristiano una luce.
Insieme con il pensiero, il cristiano ritiene – per dirla con Heidegger – di riuscire a scorgere un po’ di luce oltre i sentieri interrotti.

Dopo che Lei si fu deciso per il sacerdozio, Le è capitato di doversi confrontare con dei dubbi personali, crisi o tentazioni?

Ci sono certamente stati momenti del genere. In particolare, proprio nei sei anni di studio della teologia ci si imbatteva in tanti problemi dell’uomo e in tante domande. Il celibato è davvero ciò che fa per me? Essere parroco è ciò che fa per me? Già venire a capo di queste domande non era sempre una cosa semplice. Ho sempre avuto presente la via da seguire, ma non sono mancati dei momenti di crisi.

In che cosa consistettero queste crisi? Potrebbe ricordare un esempio?

Negli anni in cui studiavo teologia a Monaco dovetti confrontarmi soprattutto con due questioni. Ero affascinato dalla teologia scientifica. Trovavo meraviglioso poter penetrare nel grande mondo della storia della fede; mi si aprivano grandi orizzonti di pensiero e di fede e, nel contempo, imparavo a riflettere sulle domande originarie dell’esperienza umana, che erano poi le stesse domande che riguardavano la mia vita.
Ma mi resi sempre più conto che la chiamata al sacerdozio era molto di più del piacere di fare teologia, anzi, che il lavoro in una parrocchia spesso può distogliere da essa ed esigere tutt’altro tipo di impegni. Non potevo certo studiare teologia per diventare professore universitario, anche se questo era il mio tacito desiderio. Ma il si al sacerdozio significava per me dire si a quel compito nel suo insieme, anche nelle sue forme più semplici.
Dal momento che ero piuttosto timido e poco pratico, che non ero né sportivo né dotato di capacità organizzative o amministrative, dovetti chiedermi se sarei stato capace di entrare in rapporto con le persone – se, per esempio, come coadiutore sarei riuscito a guidare e animare la gioventù cattolica, se sarei stato capace di insegnare religione ai più piccoli, se sarei stato capace di assistere gli anziani e i malati, e così via. Dovetti chiedermi se ero disposto a tutto questo per tutta la vita e se quella era davvero la mia vocazione.
A ciò si aggiungeva, naturalmente, la domanda se sarei stato capace di vivere il celibato per tutta la vita. A quel tempo gli edifici universitari erano distrutti e non c’era spazio per la facoltà di teologia.
Per questo risiedemmo per due anni nel castello di Furstenried e negli edifici da esso dipendenti, alla periferia della città.
Lì si viveva a stretto contatto, professori e studenti, ma anche studenti e studentesse, così che la questione della rinuncia e del suo senso si poneva in termini assai pratici proprio in forma di questa convivenza quotidiana. Mi sono spesso confrontato con queste domande nel bel parco di Furstenried e, ovviamente, nella cappella, finchè nell’autunno del 1950 potei pronunciare un si convinto in occasione della mia ordinazione diaconale.