Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum


Mons. Rosario Sgarioto nella memoria orante della Comunità

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Nella Celebrazione Eucaristica della sera è stato ricordato ieri Mons. Rosario Sgarioto che il Signore volle chiamare a se il 20 gennaio 1987.  P. Rosario Sgarioto era nato in Via Umberto Maddalena il 29 aprile del 1932. Al fonte battesimale della chiesa parrocchiale dell’ Ecce Homo, l’8 maggio, è avvenuta la sua consacrazione nello Spirito Santo accostandosi al banchetto Eucaristico nel giorno del compimento dei suoi primi 5 anni: il 29 aprile del 1937 e la Cresima il 20 aprile del 1941.

Una traiettoria spirituale che lo vedrà da lì in avanti partecipe nelle attività religiose presso  la chiesa dell’Angelo tanto da essere chiamato “Saruzzu ri l’Angilu”. Sarà padre Peppino Licitra che lo orienterà spiritualmente e anche sostenendolo nella preparazione culturale, ad entrare nel seminario di Siracusa il 14 ottobre del 1949.

L’Ordinazione diaconale p. Rosario la riceverà il 19 marzo del 1956 e solo tre mesi dopo sarà sacerdote: 29 giugno 1956.

Il 1 luglio p. Rosario celebra la sua prima messa nella chiesa dell’Ecce Homo, messa solenne e piena di emozioni circondato da familiari, amici, conoscenti. Messa solenne all’altare maggiore come era costume prima della riforma liturgica conciliare. Una documentazione fotografica mette in distacco l’inizio della Celebrazione, il predicatore, professore e amico mons. Sebastiano Gozzo che dal monumentale pulpito presenta il panegirico sul sacerdozio , la Consacrazione, la Comunione ai fedeli e come chicca finale le parole di ringraziamento dette da p. Rosario da poco dietro la balaustra artistica in ferro battuto che delimitava il presbiterio.

Ieri presiedendo la celebrazione ho voluto ricordare, leggendo alcuni brani pubblicati da Mons. Pasqualino Magnano nel volume “Lavoratori nella vigna del Signore/2” alle pagine 239-241, quelle parole di gratitudine, di gioia, di commozione che segnarono l’inizio della missione sacerdotale di p. Rosario.

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Nella stessa chiesa, nello stesso presbiterio 57 anni dopo…. condividendo con la Comunità dell’Ecce Homo anche l’esperienza di una amicizia e vera fraternità sacerdotale che mi ha unito a don Rosario fin dall’anno del diaconato svolto proprio nella parrocchia delle Grazie, “a Razia” a Comiso dove lui era parroco. Il diaconato fino all’ordinazione sacerdotale.  79-80 furono gli anni della nascita del TLC in Sicilia che ebbe in padre Rosario il fondatore e apostolo itinerante a Palermo, a Patti, Tortorici, Paternò… ma principalmente nella diocesi di Ragusa.

La memoria di Don Rosario ci ha aiutato a contemplare l’opera di Dio, della missione di Cristo Gesù che continua nell’oggi della storia, della chiesa . Vivendo la Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani riscopriamo in Mons. Rosario Sgarioto l’offerta del suo ministero sacerdotale per l’Unità della Chiesa…. “sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.” Giovanni 13,1 … Don Rosario come abbiamo scritto sopra è stato chiamato al cielo il 20 gennaio in piena Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, mentre in parrocchia alla Grazia a Comiso i fedeli erano in Adorazione Eucaristica vivendo il Quarant’ore fondato da Don Rosario. Il 14 gennaio prima di andare in sala operatoria aveva scritto, quasi testamento, le ultime righe nel suo diario spirituale: “Offro tutto, Signore mio, in modo particolare per l’unità nell’amore dei miei confratelli presbiteri, fra noi e il vescovo che lo Spirito Santo ha posto ad essere guida della Chiesa di Ragusa. Di questa testimonianza ha bisogno il popolo di Dio e anche i lontani e gli indifferenti”.

P. Giovanni Battaglia, sacerdote Fidei Donum in Brasile, attualmente parroco nella diocesi di Ragusa

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Liturgia luogo privilegiato della parola di Dio

Il prossimo incontro dei Lettori sarà sulla Verbum Domini, in particolare rifletteremo sulla “Liturgia luogo privilegiato della parola di Dio” paragrafi n. 52-58.

Il testo integrale lo trovate nel sito del Vaticano

link  http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20100930_verbum-domini_it.html

Di seguito trovate i paragrafi scelti per l’incontro:

Liturgia, luogo privilegiato della Parola di Dio

La Parola di Dio nella sacra liturgia

52. Considerando la Chiesa come «casa della Parola»,[181] si deve innanzitutto porre attenzione alla sacra liturgia. È questo infatti l’ambito privilegiato in cui Dio parla a noi nel presente della nostra vita, parla oggi al suo popolo, che ascolta e risponde. Ogni azione liturgica è per natura sua intrisa di sacra Scrittura. Come afferma la Costituzione Sacrosanctum Concilium, «nella celebrazione liturgica la sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell’omelia e i salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici».[182] Più ancora, si deve dire che Cristo stesso «è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura».[183] In effetti, «la celebrazione liturgica diventa una continua, piena ed efficace proclamazione della parola di Dio. Pertanto la parola di Dio, costantemente annunziata nella liturgia, è sempre viva ed efficace per la potenza dello Spirito Santo, e manifesta quell’amore operante del Padre che giammai cessa di operare verso tutti gli uomini».[184]La Chiesa, infatti, ha sempre mostrato la consapevolezza che nell’azione liturgica la Parola di Dio si accompagna all’intima azione dello Spirito Santo che la rende operante nel cuore dei fedeli. In realtà è grazie al Paraclito che «la parola di Dio diventa fondamento dell’azione liturgica, norma e sostegno di tutta la vita. L’azione dello stesso Spirito Santo … a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella proclamazione della parola di Dio viene detto per l’intera assemblea dei fedeli, e mentre rinsalda l’unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne valorizza la molteplice azione».[185]

Pertanto, occorre comprendere e vivere il valore essenziale dell’azione liturgica per la comprensione della Parola di Dio. In un certo senso, l’ermeneutica della fede riguardo alla sacra Scrittura deve sempre avere come punto di riferimento la liturgia, dove la Parola di Dio è celebrata come parola attuale e vivente: «La Chiesa segue fedelmente nella liturgia quel modo di leggere e di interpretare le sacre Scritture, a cui ricorse Cristo stesso, che a partire dall’‘oggi’ del suo evento esorta a scrutare tutte le Scritture».[186]

Qui appare anche la sapiente pedagogia della Chiesa che proclama e ascolta la sacra Scrittura seguendo il ritmo dell’anno liturgico. Questo distendersi della Parola di Dio nel tempo avviene in particolare nella celebrazione eucaristica e nella Liturgia delle Ore. Al centro di tutto risplende il Mistero Pasquale, al quale si collegano tutti i misteri di Cristo e della storia della salvezza che si attualizzano sacramentalmente: «Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa [la Chiesa] apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, le rende come presenti a tutti i tempi e permette ai fedeli di venirne a contatto e di essere ripieni della grazia della salvezza».[187] Esorto quindi i Pastori della Chiesa e gli operatori pastorali a fare in modo che tutti i fedeli siano educati a gustare il senso profondo della Parola di Dio che si dispiega nella liturgia durante l’anno, mostrando i misteri fondamentali della nostra fede. Da ciò dipende anche il giusto approccio alla sacra Scrittura.

Sacra Scrittura e Sacramenti

53. Affrontando il tema del valore della liturgia per la comprensione della Parola di Dio, il Sinodo dei Vescovi ha voluto sottolineare anche la relazione tra la sacra Scrittura e l’azione sacramentale. È quanto mai opportuno approfondire il legame tra Parola e Sacramento, sia nell’azione pastorale della Chiesa che nella ricerca teologica.[188] Certamente «la liturgia della Parola è un elemento decisivo nella celebrazione di ciascun sacramento della Chiesa»;[189] tuttavia nella prassi pastorale non sempre i fedeli sono consapevoli di questo legame e colgono l’unità tra il gesto e la parola. È «compito dei sacerdoti e dei diaconi, soprattutto quando amministrano i sacramenti, mettere in luce l’unità che Parola e Sacramento formano nel ministero della Chiesa».[190] Infatti, nella relazione tra Parola e gesto sacramentale si mostra in forma liturgica l’agire proprio di Dio nella storia mediante ilcarattere performativo della Parola stessa. Nella storia della salvezza infatti non c’è separazione tra ciò che Dio dice e opera; la sua stessa Parola si presenta come viva ed efficace (cfr Eb 4,12), come del resto lo stesso significato dell’espressione ebraica dabar indica. Al medesimo modo, nell’azione liturgica siamo posti di fronte alla sua Parola che realizza ciò che dice. Educando il Popolo di Dio a scoprire il carattere performativo della Parola di Dio nella liturgia, lo si aiuta anche a cogliere l’agire di Dio nella storia della salvezza e nella vicenda personale di ogni suo membro.

Parola di Dio ed Eucaristia

54. Quanto viene affermato in genere riguardo alla relazione tra Parola e Sacramenti si approfondisce quando ci riferiamo alla celebrazione eucaristica. Del resto, l’intima unità fra Parola ed Eucaristia è radicata nella testimonianza scritturistica (cfr Gv 6; Lc 24), attestata dai Padri della Chiesa e riaffermata dal Concilio Vaticano II.[191] A questo proposito pensiamo al grande discorso di Gesù sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao (cfr Gv 6,22-69), che ha in sottofondo il confronto tra Mosé e Gesù, tra colui che parlò faccia a faccia con Dio (cfr Es 33,11) e colui che ha rivelato Dio (cfr Gv 1,18). Il discorso sul pane, infatti, richiama il dono di Dio, che Mosè ottenne per il suo popolo con la manna nel deserto e che in realtà è la Torah, la Parola di Dio che fa vivere (cfr Sal119; Pr 9,5). Gesù porta a compimento in se stesso la figura antica: «Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo … Io sono il pane della vita» (Gv 6,33-35). Qui «la Legge è diventata persona. Nell’incontro con Gesù ci nutriamo, per così dire, dello stesso Dio vivente, mangiamo davvero “il pane dal cielo”».[192] Nel discorso di Cafarnao si approfondisce il Prologo di Giovanni: se là il Logos di Dio diventa carne, qui questa carne diventa «pane» donato per la vita del mondo (cfr Gv 6,51), alludendo così al dono che Gesù farà di se stesso nel mistero della croce, confermato dall’affermazione sul suo sangue dato da «bere» (cfr Gv 6,53). In tal modo nel mistero dell’Eucaristia si mostra quale sia la vera manna, il vero pane del cielo: è il Logos di Dio fattosi carne, che ha donato se stesso per noi nel Mistero Pasquale.

Il racconto di Luca sui discepoli di Emmaus ci permette un’ulteriore riflessione sul legame tra l’ascolto della Parola e lo spezzare il pane (cfr Lc 24,13-35). Gesù si fece loro incontro nel giorno dopo il sabato, ascoltò le espressioni della loro speranza delusa e, diventando compagno di cammino, «spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). I due discepoli iniziano a guardare in un modo nuovo le Scritture insieme a questo viandante che si manifesta così inaspettatamente familiare alla loro vita. Ciò che è accaduto in quei giorni non appare più come fallimento, ma come compimento e nuovo inizio. Tuttavia, anche queste parole non sembrano ancora sufficienti ai due discepoli. Il Vangelo di Luca ci dice che «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (24,31) solo quando Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, mentre prima «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (24,16). La presenza di Gesù, dapprima con le parole, poi con il gesto di spezzare il pane, ha reso possibile ai discepoli il riconoscerLo, ed essi  possono risentire in modo nuovo quanto avevano già vissuto precedentemente con Lui: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (24,32).

55. Da questi racconti emerge come la Scrittura stessa orienti a cogliere il suo nesso indissolubile con l’Eucaristia. «Si deve quindi sempre tener presente che la parola di Dio, dalla Chiesa letta e annunziata nella liturgia, porta in qualche modo, come al suo stesso fine, al sacrificio dell’alleanza e al convito della grazia, cioè all’Eucaristia».[193] Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico. L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico. In effetti, senza il riconoscimento della presenza reale del Signore nell’Eucaristia, l’intelligenza della Scrittura rimane incompiuta. Per questo «alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa ha tributato e sempre e dappertutto ha voluto e stabilito che si tributasse la stessa venerazione, anche se non lo stesso culto. Mossa dall’esempio del suo fondatore, essa non ha mai cessato di celebrare il mistero pasquale, riunendosi insieme per leggere ‘in tutte le Scritture ciò che a lui si riferiva’ (Lc 24,27), e attualizzare, con il memoriale del Signore e i sacramenti, l’opera della salvezza».[194]

La sacramentalità della Parola

56. Con il richiamo al carattere performativo della Parola di Dio nell’azione sacramentale e l’approfondimento della relazione tra Parola ed Eucaristia, siamo portati ad inoltrarci in un tema significativo, emerso durante l’Assemblea del Sinodo, riguardante la sacramentalità della Parola.[195] È utile a questo proposito ricordare che il Papa Giovanni Paolo II aveva fatto riferimento «all’orizzonte sacramentale della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico dove l’unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero».[196] Da qui comprendiamo che all’origine della sacramentalità della Parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella «carne» del Figlio. La Parola di Dio si rende percepibile alla fede attraverso il «segno» di parole e di gesti umani. La fede, dunque, riconosce il Verbo di Dio accogliendo i gesti e le parole con i quali Egli stesso si presenta a noi. L’orizzonte sacramentale della Rivelazione indica, pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo e nello spazio, diventando interlocutore dell’uomo, chiamato ad accogliere nella fede il suo dono.

La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati.[197] Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi[198] per essere accolto. Sull’atteggiamento da avere sia nei confronti dell’Eucaristia, che della Parola di Dio, san Girolamo afferma: «Noi leggiamo le sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo; io penso che le sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue (Gv 6,53), benché queste parole si possano intendere anche del Mistero [eucaristico], tuttavia il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio. Quando ci rechiamo al Mistero [eucaristico], se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la Parola di Dio, e ci viene versata nelle orecchie la Parola di Dio e la carne di Cristo e il suo sangue, e noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?».[199] Cristo, realmente presente nelle specie del pane e del vino, è presente, in modo analogo, anche nella Parola proclamata nella liturgia. Approfondire il senso della sacramentalità della Parola di Dio, dunque, può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della Rivelazione in «eventi e parole intimamente connessi»,[200] giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa.

La sacra Scrittura e il Lezionario

57. Sottolineando il nesso tra Parola ed Eucaristia, il Sinodo ha voluto giustamente richiamare anche alcuni aspetti della celebrazione inerenti al servizio della Parola. Vorrei fare riferimento innanzitutto all’importanza del Lezionario. La riforma voluta dal Concilio Vaticano II[201] ha mostrato i suoi frutti arricchendo l’accesso alla sacra Scrittura che viene offerta in abbondanza, soprattutto nelle liturgie domenicali. L’attuale struttura, oltre a presentare frequentemente i testi più importanti della Scrittura, favorisce la comprensione dell’unità del piano divino, mediante la correlazione tra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, «incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale».[202] Talune difficoltà che permangono nel cogliere le relazioni tra le letture dei due Testamenti devono essere considerate alla luce della lettura canonica, ossia dell’unità intrinseca di tutta la Bibbia. Là dove se ne riscontra la necessità, gli organi competenti possono provvedere alla pubblicazione di sussidi che facilitino a comprendere il nesso tra le letture proposte dal Lezionario, le quali devono essere tutte proclamate all’assemblea liturgica, come previste dalla liturgia del giorno. Eventuali altri problemi e difficoltà vengano segnalati alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’attuale Lezionario del rito latino ha anche un significato ecumenico, in quanto viene utilizzato ed apprezzato anche da confessioni non ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica. In modo differente si pone il problema del Lezionario nelle liturgie delle Chiese Cattoliche Orientali, che il Sinodo chiede sia «preso autorevolmente in esame»[203]secondo la tradizione propria e le competenze delle Chiese sui iuris e tenendo conto, anche qui, del contesto ecumenico.

Proclamazione della Parola e ministero del lettorato

58. Già nell’Assemblea sinodale sull’Eucaristia era stata chiesta una maggior cura della proclamazione della Parola di Dio.[204] Come è noto, mentre il Vangelo è proclamato dal sacerdote o dal diacono, la prima e la seconda lettura nella tradizione latina vengono proclamate dal lettore incaricato, uomo o donna. Vorrei qui farmi voce dei Padri sinodali che anche in questa circostanza hanno sottolineato la necessità di curare con una formazione adeguata[205] l’esercizio del munus di lettore nella celebrazione liturgica[206] ed in modo particolare il ministero del lettorato, che, come tale, nel rito latino, è ministero laicale. È necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne avessero ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno. Tale preparazione deve essere sia biblica e liturgica, che tecnica: «La formazione biblica deve portare i lettori a saper inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell’annunzio rivelato alla luce della fede. La formazione liturgica deve comunicare ai lettori una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della Parola e le motivazioni del rapporto fra la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. La preparazione tecnica deve rendere i lettori sempre più idonei all’arte di leggere in pubblico, sia a voce libera, sia con l’aiuto dei moderni strumenti di amplificazione».[207]

 


Cristo non può essere diviso! (1 Cor 1, 1-17)

PRESENTAZIONE
Cristo non può essere diviso!
(1 Cor 1, 1-17)
1. ―Cristo non può essere diviso!‖ È questa la forte affermazione dell‘apostolo Paolo che i fratelli e
le sorelle canadesi pongono alla nostra riflessione per la preghiera comune di quest‘anno. È un
ammonimento che riceviamo, comprendendolo innanzitutto nel contesto in cui l‘apostolo lo
pronuncia: quello di una comunità che ha bisogno di ritrovare l‘essenziale della propria fede. Tutto
l‘epistolario ai Corinzi ne è una testimonianza: a chi ricerca i carismi più eclatanti, Paolo ricorda
che l‘amore è la via della perfezione (Prima lettera ai Corinzi 13); a chi si crede forte nella fede,
Paolo proclama un Signore che è forte nella debolezza (Seconda lettera ai Corinzi 12); alla ricerca
della saggezza umana, contrappone la pazzia di Dio (Prima lettera ai Corinzi 1). A chi vuole
raggiungere le più alte vette della spiritualità, Paolo ricorda che lo Spirito del Signore agisce con
potenza laddove un qualsiasi credente afferma con le parole ed i fatti che Gesù è il Signore (Prima
lettera ai Corinzi 12). Questo è l‘essenziale della fede, il suo cuore profondo dove tutti i cristiani
possono trovare la loro unica fonte: è Cristo stesso che è stato crocifisso per noi e nel nome del
quale veniamo battezzati.
2. A Corinto la chiesa era dilaniata da gruppi contrapposti. C‘era chi dichiarava: ―‗Io sono di
Paolo‘; un altro: ‗Io di Apollo‘; un terzo: ‗Io sono di Pietro‘; e un quarto: ‗‗Io sono di Cristo‘‖. In
questa sequenza è proprio l‘ultima affermazione che più ci interpella: utilizzare Cristo per sancire
le nostre divisioni. Questo si è spesso verificato nella storia del cristianesimo, laddove la ricerca
della fedeltà all‘evangelo di Cristo, per le varie tradizioni cristiane, invece di creare un patrimonio
comune ha suscitato scomuniche e conflitti. Divisi nel nome di Cristo: questo è il paradosso e lo
scandalo della nostra vita cristiana.
Il nostro impegno è di mettere in discussione questa logica. Sentiamo quindi fortemente nostro uno
dei cinque imperativi ecumenici enunciati nel documento congiunto cattolico-luterano Dal conflitto
alla comunione: ―abbiamo bisogno dell‘esperienza, dell‘incoraggiamento e della critica reciproca‖
per giungere a una conoscenza più profonda di Cristo. Cristo infatti non viene più a farsi
crocifiggere: è venuto, una volta per tutte, per la nostra salvezza, ma tocca a noi ora prendere il
posto di Cristo sulla croce e, crocifiggendo le nostre passioni e la nostra mentalità mondana,
sacrificarci per realizzare la volontà di Dio: ―che tutti siano una cosa sola‖ (Giovanni 17, 21).
3. Come i nostri fratelli e le nostre sorelle canadesi fanno notare, il brano della Prima lettera ai
Corinzi ―richiama l‘attenzione sul modo in cui possiamo valorizzare e ricevere i doni degli altri
anche ora, nel nostro stato di divisione‖. L‘intera epistola mostra chiaramente un conflitto in atto,
con l‘autorità dell‘apostolo e della sua predicazione pesantemente contestate. Tuttavia, all‘inizio
della Lettera Paolo afferma ―io ringrazio sempre il mio Dio per voi‖. Non è solo una formalità, ma
un sincero riconoscimento della ricchezza spirituale dei Corinzi, i quali non mancano di alcun
dono. Riconoscere i doni degli altri, anche di coloro con i quali si è in conflitto, significa prima di
tutto riconoscere l‘opera di Chi quei doni ha elargito, cioè Dio stesso. Inoltre Paolo riconosce ai
Corinzi di essere pienamente Chiesa di Cristo e ricorda loro il legame che li unisce a tutti coloro
che proclamano lo stesso Signore in ogni luogo. Non si è infatti Chiesa da soli, ma nella
comunione di tutti coloro che confessano il nome di Gesù. Riconoscere i doni gli uni degli altri
significa per noi oggi innanzitutto, riconoscere i doni della grazia elargiti con generosità all‘intero
popolo di Dio, pur nelle sue diversità.

Doni che edificano la Chiesa e la abilitano a servire il mondo. Seguendo anche in questo caso
l‘invito del documento Dal conflitto alla comunione, l‘impegno ecumenico è di essere aiutati dalla
forza del vangelo di Cristo per il nostro tempo e ―testimoniare insieme la grazia di Dio nella
predicazione e nel servizio verso il mondo‖ sia in ambito liturgico che sociale.
Grazia che libera, che ci fa volgere lo sguardo verso i minimi e gli ultimi, ci rende consapevoli
delle nostre responsabilità nella salvaguardia del creato. Grazia per la quale possiamo fare nostra
l‘invocazione che ha contraddistinto l‘assemblea 2013 del Consiglio Ecumenico delle Chiese: ―Dio
della vita, guidaci verso la giustizia e la pace‖.
4. Accogliamo dunque con riconoscenza il lavoro delle nostre sorelle e dei nostri fratelli canadesi.
Nelle pagine di introduzione al materiale omiletico essi descrivono le grandi diversità che
arricchiscono il loro paese: diversi popoli, diverse lingue, diverse religioni, diversi ambienti
geografici. Accogliamo le domande che essi propongono per ogni sezione del testo della Prima
lettera ai Corinzi, pensando alla situazione specifica del nostro paese e alle nostre diversità, troppo
spesso misconosciute e non valorizzate. Pensiamo per esempio all‘arrivo di migranti da ogni parte
del mondo e, soprattutto, da quel sud del mondo nel quale oggi vive la maggioranza dei cristiani.
Pensiamo alle chiese di migranti che si formano sul nostro territorio. Pensiamo alla presenza di
altre religioni giunte ad allargare i nostri confini culturali e perfino spirituali. Pensiamo
all‘esigenza di libertà e di dialogo che una società multiculturale sempre più richiede. Sia anche
questo l‘orizzonte ecumenico della nostra ricerca di unità, rafforzata dalla nostra continua e fervida
preghiera di fraternità.
Chiesa Cattolica
✠ Mansueto Bianchi
Vescovo di Pistoia
Presidente, Commissione Episcopale per l‘Ecumenismo e il Dialogo della CEI
Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Pastore Massimo Aquilante
Presidente
Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e di Malta
ed Esarcato per l’Europa Meridionale
✠ Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d‘Italia e di Malta
ed Esarca per l‘Europa Meridionale
(Patriarcato Ecumenico)


Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – Testo biblico

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
18 – 25 gennaio 2014

TESTO BIBLICO
Paolo, che Dio ha chiamato a essere apostolo di Gesù Cristo, e il fratello Sòstene, scrivono
alla chiesa di Dio che si trova a Corinto.
Salutiamo voi che, uniti a Gesù Cristo, siete diventati il popolo di Dio insieme con tutti
quelli che, ovunque si trovino, invocano il nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Dio, nostro Padre,
e Gesù Cristo, nostro Signore, diano a voi grazia e pace.
Ringrazio sempre il mio Dio per voi, perché vi ha dato la sua grazia per mezzo di Cristo
Gesù: attraverso di lui vi ha arricchito con tutti i suoi doni: tutta la predicazione e tutta la
conoscenza. Il Cristo che vi ho annunziato è diventato il solido fondamento della vostra vita. Perciò
non vi manca nessuno dei doni di Dio mentre aspettate il ritorno di Gesù Cristo, nostro Signore.
Egli vi manterrà saldi fino alla fine. Nessuno vi potrà accusare quando nel giorno del giudizio verrà
Gesù Cristo nostro Signore. Infatti Dio stesso vi ha chiamati a partecipare alla vita di Gesù Cristo,
suo Figlio e nostro Signore, e Dio mantiene le sue promesse.
Fratelli, in nome di Gesù Cristo, nostro Signore, vi chiedo che viviate d‘accordo. Non vi
siano contrasti e divisioni tra voi, ma siate uniti: abbiate gli stessi pensieri e le stesse convinzioni.
Purtroppo alcuni della famiglia di Cloe mi hanno fatto sapere che vi sono litigi tra voi. Mi spiego:
uno di voi dice: «Io sono di Paolo»; un altro: «Io di Apollo»; un terzo sostiene «Io sono di Pietro»;
e un quarto afferma: «Io sono di Cristo». Ma Cristo non può essere diviso! E Paolo, d‘altra parte,
non è stato crocifisso per voi. E nessuno vi ha battezzati nel nome di Paolo. Grazie a Dio non ho
battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio. Così nessuno può dire di essere stato battezzato
nel mio nome. È vero: ho anche battezzato la famiglia di Stefania, ma non credo proprio di averne
battezzati altri.
Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare la salvezza. E questo io faccio
senza parole sapienti, per non rendere inutile la morte di Cristo in croce.
(1 Corinzi 1, 1-17)

Come è tradizione della Società Biblica in Italia, anche quest‘anno 2014 sono offerti alla meditazione dei Cristiani alcuni testi biblici appositamente scelti da un gruppo internazionale ecumenico composto da rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell‘Unità dei Cristiani.
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