Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum

Pentecoste di Duilio Cambellotti icona dell’Educhiamoci alla Corresponsabilità

Presentato il nuovo piano diocesano per l’anno Pastorale 2013/2014 è stata scelta come icona La Pentecoste, un’opera di Duilio Cambellotti, bozzetto artistico per la realizzazione della vetrata eseguita nel 1956 per la chiesa parrocchiale SS. Ecce Homo in Ragusa.

Pubblichiamo di seguito un articolo di Arturo Di Natale estratto dal libro “ La chiesa dell’Ecce Homo a Ragusa: tra storia e tradizione”, a cura di Salvatore Gurrieri, Grafica Elle Due, Ragusa settembre 2010.  

LE VETRATE ISTORIATE  DI DUILIO  CAMBELLOTTI

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La decisione di arricchire la chiesa dell’Ecce Homo con vetrate istoriate risale all’anno 1955. Il parroco pro-tempore Sac. Giuseppe Guardiano ne parlò con il prof. Arturo Di Natale, noto artista ragusano, che per questa chiesa aveva già eseguito anni prima i dipinti della cappella del SS. Ecce Homo. A lui si devono anche una «Madonna del Rosario», bella scultura in marmo collocata sulla parte posteriore della chiesa prospiciente la piazza Solferino e i ritratti di alcuni sacerdoti che si sono succeduti alla guida della parrocchia.

L’intento del parroco Guardiano era di affidare l’esecuzione delle vetrate al Di Natale, il quale però declinò l’incarico e propose la committenza dell’opera a Duilio Cambellotti, eclettico e celebrato artista romano, che della tecnica vetraria era studioso e profondo conoscitore, avendo curato il restauro di opere monumentali, prodotto molto e sperimentato con i responsabili delle “officine della vetrata d’arte Giuliani” migliori criteri di intelaiatura e tenuta della vetrata stessa.

Alcune opere  esposte nel delizioso museo romano  della “Casina delle civette”  sono prova dell’approccio sperimentale di Cambellotti con la vetrata d’arte.

La proposta del prof. Di Natale fu accolta dal parroco e ancor più entusiasticamente dal Vescovo Mons. Francesco Pennisi, che di Cambellotti era un convinto estimatore.

Così l’artista romano tornò a Ragusa. Tornò dopo tanti anni, da quando nel 1933 a Ragusa aveva soggiornato per eseguire le splendide decorazioni nei saloni del Palazzo di Governo; venne per conoscere la collocazione delle vetrate che gli sarebbero state commissionate e per studiarne l’impostazione cromatica che, in rapporto alle condizioni di luce ambientali, andava per quanto possibile contestualizzata.

Furono definiti i soggetti delle quindici vetrate e le didascalie che Mons. Pennisi avrebbe composto in latino e contenute in un solo rigo per essere apposte alla base di ciascuna vetrata.

La sequenza dedicata alla Madonna e al Cristo avrebbe avuto inizio dalla parte sinistra dell’abside  con la vetrata de “L’Annunciazione”,  per continuare nel transetto con “La Visitazione”, “La Natività” e  “La presentazione al Tempio”.

Sulla parte sinistra della navata centrale si sarebbero collocate “Gesù tra i Dottori”, “Gesù nell’orto degli ulivi” e “La Flagellazione”, mentre sulla facciata, al centro, immensa e drammatica, sarebbe andata la rappresentazione del “Cristo coronato di spine”. Sul lato destro della navata ancora momenti della Passione con il “Cristo caricato della Croce”, “La Crocifissione” e “La Resurrezione”. “L’Ascensione”, “La Pentecoste” e “L’Assunzione della Vergine” sul braccio destro del transetto, “L’incoronazione della Vergine”, nell’abside, avrebbero chiuso la sequenza.

Considerato il notevole impegno finanziario richiesto, l’opera sarebbe stata compiuta gradualmente.

Pertanto, nell’immediato, la commissione a Cambellotti riguardò la progettazione e l’esecuzione delle tre vetrate da collocare sulla facciata della chiesa e sui lati opposti del transetto.

L’artista presentò i bozzetti delle tre vetrate che approvati, consentirono lo sviluppo dei cartoni e l’avvio del lavoro presso le “officine Giuliani”, a Roma.

Contestualmente, però, Cambellotti si dedicò alle restanti dodici vetrate, per le quali produsse bozzetti esecutivi nel doppio rapporto di 1:10 e 1:5. Ciò perché l’opera avesse nel suo complesso, i caratteri dell’assoluta omogeneità compositiva e cromatica e perché fosse l’esito della stessa emozione.

Lavoro enorme e appassionato, se si tiene conto del corpus di appunti, studi e disegni preparatori dei bozzetti.

Le vetrate furono consegnate nella primavera del 1956, presentate insieme ai bozzetti esecutivi delle restanti dodici in una suggestiva mostra allestita sull’emiciclo dell’auditorium della Camera di Commercio, quindi poste in opera e inaugurate il 2 giugno.

Di vetrate si riparlò oltre un anno dopo, quando si prese in considerazione la possibilità di realizzare le due da collocare nell’abside o, compatibilmente con le risorse finanziarie, le quattro a completamento dei due segmenti del transetto.

Nessuna delle due ipotesi fu però mai formalizzata. Le insufficienti disponibilità finanziarie della chiesa, la tiepida accoglienza riservata alle opere dalla comunità parrocchiale chiamata a sostenere il progetto, ma per la quale forse non era immediata la “lettura” della vetrata, di per sé mezzo espressivo complesso, e dello stesso linguaggio cambellottiano, seppure semplificato, come dimostrano alcuni bozzetti esecutivi in rapporto all’impeto  dei primi disegni, insieme all’adombrato sospetto di una notevole diminuzione delle condizioni di luce all’interno della chiesa, a seguito della collocazione di tutte le vetrate, sono certamente i motivi che impedirono la realizzazione di un progetto ambizioso e di sicuro prestigio.

I tentativi di riprendere l’opera seguiti di poco alla scomparsa dell’artista avvenuta nel 1960 non trovarono accoglimento da parte della famiglia dello stesso, da una parte delusa per un impegno al quale la committenza aveva fatto mancare adeguate risposte, dall’altra parte consapevole che i bozzetti esecutivi delle vetrate, seppure sostenuti dall’esperienza e dalla perizia delle “officine Giuliani”, non avrebbero garantito al lavoro un esito pienamente rispondente agli intendimenti di Duilio Cambellotti

L’opera rimase incompiuta: una perdita per il patrimonio artistico della chiesa, una perdita per la città di Ragusa.

Arturo Di Natale

Estratto dal libro “ La chiesa dell’Ecce Homo a Ragusa: tra storia e tradizione”

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