Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum

Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria – 4

4 – continua

Il Consiglio Pastorale Parrocchiale (CPP) nella seduta di ieri ha meditato sul PROGETTO DI DIO sulla Parrocchia ECCE HOMO, con riferimento al Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2013 e la nota 10 del Piano Pastorale Diocesano.

La Chiesa è missione ! Non si capisce ne si giustifica una chiesa senza missione ! (Luigi Mosconi – La vita è missione p 287)

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Continuiamo di seguito con il testo del  PIANO PASTORALE  DIOCESANO 2013

4 parte.

IL CLIMA E GLI AMBITI DELLA CORRESPONSABILITA’

Il clima della corresponsabilità

Il clima della corresponsabilità è dato anzitutto dalla costruzione di relazioni adulte tra i membri delle comunità.  «La relazione adulta rifiuta ogni forma di dipendenza, che è sentirsi sotto tutela e sotto controllo; sentirsi paralizzati dalla paura di sbagliare; non liberi di dire ciò che si pensa e di prendere iniziative appropriate, entro ambiti definitivi e propri… Una comunità dalle relazioni immature non può nemmeno educare, perché anche l’educazione ha bisogno di libertà, non solo come obiettivo ma anche come stile»[1].

La Nota pastorale dopo il convegno di Verona indica, in estrema sintesi, il clima nel quale vivere la corresponsabilità e lo stile da assumere: Comunione, corresponsabilità e collaborazione «delineano il volto di comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che valorizza ogni risorsa e ogni sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca di ciò che corrisponde al bene della comunità intera»[2].

Vi offro solo qualche sottolineatura sulla fraternità e il dialogo, con qualche accenno alla franchezza e alla mitezza.

  1. 1.    La fraternità e la familiarità

Il Concilio qualifica come “familiari” i rapporti tra i pastori e i laici e indica le ricadute positive di tali rapporti: «Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici (cf. 1Ts 5,19 e 1Gv 4,1), possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo»[3].

Gli Atti degli Apostoli, quando vogliono descrivere la vita della prima comunità cristiana, dicono: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola»[4].

I fratelli non si scelgono, vengono donati. La fraternità è un dono e un impegno. Poiché siamo figli dello stesso Padre, siamo tutti tra noi fratelli! E dobbiamo stabilire relazioni fraterne. Alla globalizzazione dell’indifferenza dobbiamo opporre la globalizzazione della fraternità. È bello ciò che abbiamo letto della visita di papa Francesco a papa Benedetto, il 23 marzo di quest’anno, nel resoconto del direttore della sala stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi: «Nella cappella, il Papa emerito ha offerto il posto d’onore a Papa Francesco, ma questi ha detto: “Siamo fratelli”, e ha voluto che si inginocchiassero insieme allo stesso banco».

Mi piace anche citarvi alcune espressioni di papa Francesco e di papa Benedetto sull’essere tutti fratelli nella Chiesa.

Nell’ultima udienza generale del suo pontificato, papa Benedetto ringraziò tutti coloro che gli avevano scritto e mise in risalto lo stile di “moltissime lettere” ricevute: «ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’asso-ciazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti»[5].

Nella catechesi all’udienza generale, lo scorso 26 giugno, papa Francesco con il suo inconfondibile stile ha ribadito: «Qualcuno di voi potrebbe dire: ‘Senta Signor Papa, Lei non è uguale a noi’. Sì, sono come ognuno di voi, tutti siamo uguali, siamo fratelli!».

E che cos’è la parrocchia? Questa la risposta di Giovanni Paolo II: «Non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio; è piuttosto “la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d’unità”, è “una casa di famiglia, fraterna ed accogliente”, è la comunità di fedeli”»[6].

Nei giorni scorsi, in preparazione alla giornata di digiuno e di preghiera per invocare da Dio il “grande dono della pace per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo”, ho riletto il discorso di Paolo VI all’ONU, il 4 ottobre 1965. Discorso sublime! Rileggetelo. In un passaggio dedicato all’orgoglio come al “grande antagonista delle necessarie armonie”, disse: «Non si può essere fratelli se non si è umili. Ed è l’orgoglio, per inevitabile che possa sembrare, che provoca le tensioni e le lotte del prestigio, del predominio, del colonialismo, dell’egoismo; rompe cioè la fratellanza».

La corresponsabilità, quindi, si vive nel clima e con lo stile della famiglia, cioè con amore, umiltà, tolleranza e spirito di servizio.

 2.    Il dialogo

 «Quanto lo vorremmo godere in pienezza di fede, di carità, di opere questo domestico dialogo; quanto lo vorremmo intenso e familiare! quanto sensibile a tutte le verità, a tutte le virtù, a tutte le realtà del nostro patrimonio dottrinale e spirituale! quanto sincero e commosso nella sua genuina spiritualità! quanto pronto a raccogliere le voci molteplici del mondo contemporaneo! quanto capace di rendere i cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti!»[7]. È stato l’auspicio di Paolo VI nella sua prima enciclica dedicata alle vie che la Chiesa deve percorrere per svolgere la sua missione.

 

Ma non è facile dialogare. Per questo alcuni rinunciano, dicendo “tanto è inutile parlare con te”.

 

Talvolta, addirittura, il dialogo è un reciproco accusarsi e offendersi. Triste e amaro il dialogo tra Medardo e Pamela in Il visconte dimezzato di Italo Calvino:

–       Io, Pamela, ho deciso d’essere innamorato di te, – egli le disse.

–       Ed è per questo, – saltò su lei, – che straziate tutte le creature della natura?

–       Pamela, – sospirò il visconte, – nessun altro linguaggio abbiamo per parlarci se non questo. Ogni incontro di due esseri al mondo è uno sbranarsi [il corsivo è mio]. Vieni con me, io ho la conoscenza di questo male e sarai più sicura che con chiunque altro; perché io faccio del male come tutti lo fanno; ma, a differenza degli altri, io ho la mano sicura[8].

 

Nella lettera agli Efesini, presentando la «vita nuova» del cristiano, san Paolo dice: «Nessuna parola cattiva [letteralmente il termine significa “putrido, marcio, rancido”] esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano… Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo»[9].

 

Le parole del cristiano devono tendere alla “opportuna edificazione” della comunità, non alla sua distruzione! L’asprezza del linguaggio, lo sdegno, l’ira devono “scomparire”, così come il «vociare confuso e gridato delle contese in cui non si ascolta l’altro, ma si mira ad assordarlo con il proprio clamore», l’offesa e la maldicenza[10]. Le parole, invece, dell’uomo «nuovo» devono essere ispirate alla benevolenza, alla misericordia e al perdono. «Il credente può accogliere e perdonare perché sa che innanzi tutto egli è stato accolto incondizionatamente e perdonato da Dio, per cui il perdono gli risulta un bene gratuitamente ricevuto, da condividere con i fratelli. Solo in forza di tale profonda autocoscienza, infatti, è possibile dare credito a un fratello che può avermi offeso»[11].

 

Paolo VI indicò quattro caratteri del dialogo: la chiarezza (il dialogo suppone ed esige comprensibilità), la mitezza (il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo, non è comando, non è imposizione, è pacifico, evita i modi violenti, è paziente, è generoso), la fiducia (tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore, promuove la confidenza e l’amicizia), la prudenza (fa grande conto delle condizioni psicologiche e morali di chi ascolta)[12].

 

Non è possibile dialogare, muovendosi su un terreno di menzogna e di ipocrisia. Ma non si deve nemmeno confondere la franchezza con la violenza verbale, la sincerità con l’offesa.

 

Non va dimenticato, infine, che «ascoltare» è condizione essenziale per dialogare bene: «Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore del-l’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l’esempio e il precetto che Cristo ci lasciò (cf. Gv 13,14-17)»[13].

 

Gli ambiti della corresponsabilità

 

 

Vogliamo costruire un cammino di corresponsabilità nell’attenzione ai cinque ambiti che hanno caratterizzato il convegno ecclesiale di Verona. Siamo convinti, infatti, che «nelle esperienze ordinarie tutti possiamo trovare l’alfabeto con cui comporre parole che dicano l’amore infinito di Dio», e che «la scelta della vita come luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio costituisce un segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili»[14].

 

Sono i testi utilizzati durante l’Assemblea diocesana. Adesso ve li ripresento in un’ottica un po’ diversa. L’ottica di chi “ascolta” per “programmare il cammino”.

 

«Vita affettiva – Comunicare il Vangelo dell’amore nella e attraverso l’espe-rienza umana degli affetti chiede di mostrare il volto materno della Chiesa, accompagnando la vita delle persone con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento evangelico sull’amore, reagendo al diffuso “analfabetismo affettivo” con percorsi formativi adeguati e una vita familiare ed ecclesiale fondata su relazioni profonde e curate. La famiglia rappresenta il luogo fondamentale e privilegiato dell’esperienza affettiva. Di conseguenza, deve essere anche il soggetto centrale della vita ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un’attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze. Siamo chiamati a rendere le comunità cristiane maggiormente capaci di curare le ferite dei figli più deboli, dei diversamente abili, delle famiglie disgregate e di quelle forzatamente separate a causa dell’emigrazione, prendendoci cura con tenerezza di ogni fragilità e nel contempo orientando su vie sicure i passi dell’uomo…

 

Lavoro e festa – Il rapporto con il tempo, in cui si esplica l’attività del lavoro dell’uomo e il suo riposo, pone forti provocazioni al credente, condizionato dai vorticosi cambiamenti sociali e tentato da nuove forme di idolatria. Occorre pertanto chiedere che l’organizzazione del lavoro sia attenta ai tempi della famiglia e accompagnare le persone nelle fatiche quotidiane, consapevoli delle sfide che derivano dalla precarietà del lavoro, soprattutto giovanile, dalla disoccupazione, dalla difficoltà del reinserimento lavorativo in età adulta, dallo sfruttamento della manodopera dei minori, delle donne, degli immigrati. Anche se cambiano le modalità in cui si esprime il lavoro, non deve venir meno il rispetto dei diritti inalienabili del lavoratore… Altrettanto urgente è il rinnovamento, secondo la prospettiva cristiana, del rapporto tra lavoro e festa: non è soltanto il lavoro a trovare compimento nella festa come occasione di riposo, ma è soprattutto la festa, evento della gratuità e del dono, a “risuscitare” il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità, aiutando a sviluppare una giusta visione creaturale ed escatologica. La qualità delle nostre celebrazioni è fattore decisivo per acquisire tale coscienza. Occorre poi fare attenzione alla crescita indiscriminata del lavoro festivo e favorire una maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli dedicati alle relazioni umane e familiari, perché l’autentico benessere non è assicurato solo da un tenore di vita dignitoso, ma anche da una buona qualità dei rapporti interpersonali. In questo quadro, grande giovamento potrà venire da un adeguato approfondimento della dottrina sociale della Chiesa, sia potenziando la formazione capillare sia proponendo stili di vita, personali e sociali, coerenti con essa. Assai significative sono in proposito le risorse offerte dallo sport e dal turismo.

 

Fragilità umana In un’epoca che coltiva il mito dell’efficienza fisica e di una libertà svincolata da ogni limite, le molteplici espressioni della fragilità umana sono spesso nascoste ma nient’affatto superate. Il loro riconoscimento, scevro da ostentazioni ipocrite, è il punto di partenza per una Chiesa consapevole di avere una parola di senso e di speranza per ogni persona che vive la debolezza delle diverse forme di sofferenza, della precarietà, del limite, della povertà relazionale. Se l’esperienza della fragilità mette in luce la precarietà della condizione umana, la stessa fragilità è anche occasione per prendere coscienza del fatto che l’uomo è una creatura e del valore che egli riveste davanti a Dio. Gesù Cristo, infatti, ci mostra come la verità dell’amore sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione. La vera forza è l’amore di Dio che si è definitivamente rivelato e donato a noi nel Mistero pasquale. All’annuncio evangelico si accompagna l’opera dei credenti, impegnati ad adattare i percorsi educativi, a potenziare la cooperazione e la solidarietà, a diffondere una cultura e una prassi di accoglienza della vita, a denunciare le ingiustizie sociali, a curare la formazione del volontariato. Le diverse esperienze di evangelizzazione della fragilità umana, anche grazie all’apporto dei consacrati e dei diaconi permanenti, danno forma a un ricco patrimonio di umanità e di condivisione, che esprime la fantasia della carità e la sollecitudine della Chiesa verso ogni uomo…

 

Tradizione Nella trasmissione del proprio patrimonio spirituale e culturale ogni generazione si misura con un compito di straordinaria importanza e delicatezza, che costituisce un vero e proprio esercizio di speranza. Alla famiglia deve essere riconosciuto il ruolo primario nella trasmissione dei valori fondamentali della vita e nell’educazione alla fede e all’amore, sollecitandola a svolgere il proprio compito e integrandolo nella comunità cristiana. Il diffuso clima di sfiducia nei confronti dell’educazione rende ancor più necessaria e preziosa l’opera formativa che la comunità cristiana deve svolgere in tutte le sedi, ricorrendo in particolare alle scuole e alle istituzioni universitarie. In modo del tutto peculiare, poi, la parrocchia costituisce una palestra di educazione permanente alla fede e alla comunione, e perciò anche un ambito di confronto, assimilazione e trasformazione di linguaggi e comportamenti, in cui un ruolo decisivo va riconosciuto agli itinerari catechistici. In tale prospettiva, essa è chiamata a interagire con la ricca e variegata esperienza formativa delle associazioni, dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali. La sfida educativa tocca ogni ambito

del vissuto umano e si serve di molteplici strumenti e opportunità, a cominciare dai mezzi della comunicazione sociale, dalle possibilità offerte dalla religiosità popolare, dai pellegrinaggi e dal patrimonio artistico…

 

Cittadinanza – Il bisogno di una formazione integrale e permanente appare urgente anche per dare contenuto e qualità al complesso esercizio della testimonianza nella sfera sociale e politica. A tale riguardo, sarà opportuno far tesoro della riflessione e delle opere maturate in cento anni dalle Settimane sociali dei cattolici italiani… Se oggi il tessuto della convivenza civile mostra segni di lacerazione, ai credenti – e ai fedeli laici in modo particolare – si chiede di contribuire allo sviluppo di un ethos condiviso, sia con la doverosa enunciazione dei principi, sia esprimendo nei fatti un approccio alla realtà sociale ispirato alla speranza cristiana. Ciò esige l’elaborazione di una seria proposta culturale, condotta con intelligenza, fedele ai valori evangelici e al Magistero, insieme a una continua formazione spirituale. Implica una rivisitazione costante dei veri diritti della persona e delle formazioni sociali nella ricerca del bene comune e deve promuovere occasioni di confronto tra uomini e donne dotati di competenze e professionalità diverse»[15].

 


[1] Paola Bignardi, Esiste ancora il laicato? Una riflessione a cinquant’anni dal Concilio, AVE, Roma 2012, pag. 76.

[2] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 23.

[3] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 37.

[4] Atti degli Apostoli, capitolo 4, versetto 32.

[5] Benedetto XVI, Catechesi all’udienza generale, 27.2.2013.

[6] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (I fedeli laici), 30.12.1988, n. 26.

[7] Paolo VI, Ecclesiam suam (La sua Chiesa), 6.8.1964, n. 117.

[8] Italo Calvino, Il visconte dimezzato, in Italo Calvino, Romanzi e racconti, Mondadori, Milano 2001, pag. 406.

[9] Lettera agli Efesini, capitolo 4, versetti 29-32.

[10] Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Paoline, Milano 2003, pagine 173-174.

[11] Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Paoline, Milano 2003, pag. 174.

[12] Paolo VI, Ecclesiam suam (La sua Chiesa), 6.8.1964, numeri 83-84.

[13] Paolo VI, Ecclesiam suam (La sua Chiesa), 6.8.1964, n. 90.

[14] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 12.

[15] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 12.

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