Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum


Catechisti: al via il Congresso internazionale. Interviste con mons. Ruiz Arenas e don Guido Benzi

Sono 1600 i catechisti, gli operatori pastorali, i docenti e gli esperti di diverse realtà formative giunti in Vaticano per il Congresso internazionale di catechesi, organizzato nell’Aula Paolo VI dal 26 al 28 settembre. Intitolato “Il catechista, testimone della fede”, l’evento – nell’ambito degli appuntamenti per l’Anno della Fede – punta ad offrire una riflessione sulla prima parte del Catechismo della Chiesa Cattolica. È rivolto, tra l’altro, ai presidenti delle Commissioni delle Conferenze episcopali che si occupano di catechesi ed evangelizzazione, ai responsabili degli Uffici catechistici e, soprattutto, ai catechisti stessi. Momento peculiare dei partecipanti sarà quello di questo venerdì pomeriggio, sempre in Aula Paolo VI, con la catechesi offerta da Papa Francesco. Domenica la Santa Messa in Piazza San Pietro in occasione della Giornata dei catechisti. Ad aprire i lavori del Congresso sarà mons. Octavio Ruiz Arenas, segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Giada Aquilino lo ha intervistato:RealAudioMP3 

R. – Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione – che ha ricevuto da Papa Benedetto XVI l’incarico di seguire la catechesi – ha voluto, all’interno dell’Anno della Fede, organizzare un Congresso internazionale di catechesi con lo scopo di rinnovare e rilanciare quel desiderio di conoscere meglio il Catechismo della Chiesa cattolica. Questo Congresso vuole così approfondire soprattutto ciò che si trova nella prima parte: tutto il mistero della rivelazione di Dio, l’offerta della verità che ci dona il Signore per la salvezza e la nostra risposta. C’è anche la necessità di trasmettere la fede con “fedeltà”.

D. – Uno dei temi, quindi, sarà Dio che cerca l’uomo e si rivela…

R. – Perché Dio cerca l’uomo in ogni momento e rivela il suo Mistero; un mistero di amore, misericordia e salvezza. La Chiesa ha il compito di trasmettere questo messaggio per aiutare tutti gli uomini a raggiungere la salvezza.

D. – Oggi i catechisti operativi nel mondo sono oltre tre milioni. Qual è la loro realtà?

R. – La Chiesa ha sempre stimato profondamente i catechisti, che possiamo considerare i principali collaboratori dei sacerdoti nella trasmissione della fede. Anzi, moltissimi catechisti sono riusciti a conservare la fede viva della Chiesa in tante circostanze, ad esempio le persecuzioni, o per la mancanza di sacerdoti e religiosi. Quindi, i catechisti oggi devono essere incoraggiati, perché compiono veramente un lavoro enorme e di grandissima importanza nella Chiesa. Hanno bisogno di una seria preparazione e questo è uno degli scopi del Congresso: far comprendere che i catechisti devono ricevere una formazione, non soltanto dal punto di vista contenutistico ma soprattutto affinché possano avere una vita che sia testimonianza viva di quella verità che vogliono trasmettere.

D. – La riflessione si soffermerà anche sulla formazione degli adulti?

R. – Certo. La formazione degli adulti è una realtà oggi molto necessaria nella Chiesa. Molte volte la gente immagina che la catechesi sia una realtà ristretta ai bambini ed agli adolescenti, o a una preparazione per ricevere i Sacramenti di iniziazione cristiana. Oggi, invece, vediamo che è necessaria una catechesi permanente che possa coinvolgere la famiglia e che sia veramente un accompagnamento nella fede sia dei bambini e degli adolescenti, ma soprattutto degli adulti, perché anche loro possano essere veri testimoni della fede cristiana.

D. – Oggi quali sono i problemi maggiori da affrontare?

R. – Da una parte dobbiamo aver presente la grande sfida che abbiamo con la secolarizzazione: processo che sta piano piano coinvolgendo tutto il mondo, anche e soprattutto il mondo occidentale. Pertanto, dobbiamo guardare a quali sono le circostanze per cui oggi la gente non crede, perché il messaggio del Vangelo non arriva al loro cuore. In tal senso, dobbiamo cercare di adattare il nostro messaggio – quello di conoscere le varie situazioni che la gente si trova a vivere – per poter presentare il Vangelo con tutta la sua freschezza, la sua novità in modo da svegliare quel desiderio di incontrare Gesù, di conoscerlo per poterlo amare e seguire.

Tra le realtà rappresentate al Congresso, anche quella degli oltre 250 mila catechisti italiani. Sulle urgenze dell’attuale momento storico, Giada Aquilino ha intervistato don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale italiana, che partecipa ai lavori in Aula Paolo VI:RealAudioMP3 

R. – Ci sono due tipi di necessità. La prima riguarda la comunità cristiana, la parrocchia, cioè aiutare i catechisti – e quindi tutta la parrocchia – a pensare che l’opera di educazione della fede non è qualcosa da delegare a specialisti, ma riguarda tutta la vita della comunità. Quindi, il catechista, che poi svolge un servizio con i giovani, con le nuove generazioni, ma anche con gli adulti, non è solo: tutta la comunità educa e quindi il catechista è quella persona che “sintetizza” quest’opera della comunità. La seconda necessità è la formazione, che per quanto riguarda l’Italia è molto presente: in ogni diocesi ogni anno si svolgono i congressi dei catechisti, si organizzano le scuole per catechisti. Però bisognerebbe passare da una formazione episodica ad una formazione permanente. Questo significa anche dedicare risorse alla catechesi.

D. – Quali sono i problemi che i catechisti, parlando con la gente, con i fedeli, rilevano?

R. – Far cogliere come la fede, la conoscenza della dottrina cristiana e l’iniziazione all’esperienza della vita cristiana non siano qualcosa di accessorio ma di fondamentale per la persona. La sfida invece più ecclesiale è quella di far comprendere come la formazione permanente alla vita di fede, la dimensione missionaria, si mantiene nella misura in cui la comunità cristiana fa formazione per se stessa. Credo che queste siano le due sfide fondamentali che poi fanno da aggancio a tutte le altre sfide quotidiane, che sono: far capire alle famiglie l’importanza della frequenza del ragazzino nel gruppo, aiutare i bambini – soprattutto quelli che magari hanno alle spalle situazioni familiari non regolari – ad entrare nella dinamica del rapporto tra fede e vita e far vedere che la fede ha sempre una dimensione referenziale vitale.

D. – I catechisti sono anche catechiste, cioè hanno un volto femminile. Quanto è importante?

R. – In Italia il numero delle catechiste è decisamente superiore rispetto a quello dei catechisti. Ciò non significa che non ci siano anche uomini ad occuparsi di tale servizio. D’altra parte questo ci deve far pensare. Credo che quella rinnovata riflessione che il Papa chiede alla Chiesa sulla presenza della donna all’interno della comunità cristiana parta proprio da qui: far vedere come sia veramente una presenza necessaria e benedetta.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/09/26/catechisti:_al_via_il_congresso_internazionale._con_noi_mons._ruiz/it1-731937
del sito Radio Vaticana

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Comunità di Sant’Egidio – Sicilia – Progetto di collaborazione


Comunità di Sant’Egidio – Sicilia
ONLUS
Alla cortese attenzione del
Consiglio pastorale

Parrocchia S.S. Ecce Homo

Ragusa

OGGETTO: Progetto di collaborazione stagione invernale 2013-14

La Comunità di Sant’Egidio, presente a Ragusa da circa due anni, propone a codesto Consiglio Pastorale il seguente progetto di collaborazione per la stagione invernale 2013-14.

1) In particolare chiede di essere ospitata il sabato pomeriggio dalle 16.00 alle 18.00 circa nei locali della parrocchia al fine di poter svolgere la Scuola della Pace con bambini italiani e stranieri residenti nel quartiere.  L’inizio è previsto sabato 5 ottobre 2013 con un incontro di organizzazione della festa d’inizio anno che si svolgerà venerdì 18 ottobre dalle 16.30 alle 18.30 nei locali dell’oratorio, come da accordi telefonici.

La Scuola della Pace è il servizio della Comunità con i più piccoli e si qualifica come un ambito familiare che sostiene il bambino o l’adolescente nell’inserimento scolastico; che aiuta la famiglia nel suo compito, proponendo un modello educativo aperto agli altri, solidale verso i più sfortunati, capace di superare barriere e discriminazioni.

La fragilità del contesto sociale e familiare del bambino molto spesso non gli consentirebbe di superare indenne rischi come la devianza, l’emarginazione sociale, la dispersione scolastica. E’ qui che si inserisce il lavoro delle nostre Scuole della Pace: un supporto robusto e fedele alla crescita del bambino.

Le Scuole della Pace svolgono allora un’azione di sostegno che ha come obiettivi:

l’educazione religiosal’educazione alla solidarietà, alla mondialitàl’educazione alla pacel’integrazione dell’alimentazione (laddove è necessario)Le attività della Scuola della Pace a Ragusa si svolgono generalmente una volta la settimana. Visite, gite, feste, escursioni e vacanze estive fanno parte integrante delle attività delle Scuole della Pace.2) Si propongono altresì momenti di incontro per i giovani aventi la finalità di promuovere la cultura dell’integrazione e della solidarietà. I temi trattati saranno quelli di maggior attenzione in ambito socio-culturale e in relazione ai tempi dell’anno liturgico. In particolare si segnalano l’iniziativa “Città per la Vita, città contro la Pena di morte” che ricorre ogni anno il 30 novembre e gli incontri di preghiera per i malati o per la Pace con cadenza bimestrale o da concordare.3) Iniziative natalizie: il Pranzo di Natale da realizzare, come già avvenuto il 29 Dicembre 2012, in collaborazione con  i giovani dell’oratorio e la Comunità parrocchiale. E’ l’esperienza di fare posto al Bambino Gesù che possiamo riconoscere in ogni povero o sofferente. E’ il miracolo di imbandire una tavola grande come il mondo grazie ad una rete di solidarietà e generosità che si contagia. Ogni anno ai pranzi di Natale in tutto il mondo partecipano più di 100.000 persone. L’anno scorso a Ragusa eravamo circa 90 tra poveri e volontari a festeggiare il Natale in un clima di  generosa amicizia e fraternità.Rimaniamo in attesa di riscontro sulla disponibilità di locali e sulle modalità per attuare i punti del progetto.Cordiali e fraterni saluti,Messina, lì 23/09/2013                                                                                   Dott.ssa Cristina ChiricoComunità di Sant’Egidio

il recupero scolastico
la prevenzione della devianza
la socializzazione
l’inserimento di minori con particolari difficoltà (handicap, problemi comportamentali…)
l’integrazione fra minori di differenti universi culturali
l’educazione sanitaria (prevenzione degli incidenti, educazione alimentare, igiene…) il sostegno affettivo


Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria – 5

5 continua

Dopo aver ricordato il PROGETTO in Consiglio pastorale abbiamo iniziato a vedere il programma alla luce della CORRESPONSABILITA’ MISSIONARIA e PER LA MISSIONE.

Come vivere il progetto di Dio suscitando una maggior corresponsabilità nella famiglia in relazione ai sacramenti e alla iniziazione alla vita cristiana. Come migliorare nella Comunità la vita associativa e le diverse proposte educative: Oratorio, Agesci, Comunità Sant’egidio, Nuovi Orizzonti. Come raccordarci meglio con la Comunità Filo d’oro.

Nello stesso tempo ci siamo dati appuntamento al 12 novembre per analizzare meglio e scegliere fra le proposte diocesane.

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Riportiamo di seguito l’ultima parte del PIANO PASTORALE DIOCESANO: EDUCHIAMOCI ALLA CORRESPONSABILITA’ 2013-2014

5 e ultima parte:

Alcune proposte diocesane

  Adorazione eucaristica in ogni comunità

 Nell’omelia pronunciata dopo la proclamazione del vangelo, nel pomeriggio di domenica 14 aprile 2013, nella basilica di S. Paolo fuori le Mura, papa Francesco ha parlato di S. Paolo come di un «umile e grande apostolo del Signore, che lo ha annunciato con la parola, lo ha testimoniato col martirio e lo ha adorato con tutto il cuore» ed ha quindi commentato tre parole: annunciare, testimoniare, adorare. A proposito dell’adorazione ha detto: «Il brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato ci parla dell’adorazione: le miriadi di angeli, tutte le creature, gli esseri viventi, gli anziani, si prostrano in adorazione davanti al Trono di Dio e all’Agnello immolato, che è Cristo, a cui va la lode, l’onore e la gloria (cfr Ap 5,11-14). Vorrei che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol di-re dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere,

non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia».

 

Come ogni anno, invito tutte le comunità a ritrovarsi insieme, almeno una volta al mese, per l’adorazione eucaristica. «Durante l’esposizione, orazioni, canti e letture, si devono disporre in modo che i fedeli in preghiera orientino e incentrino la loro pietà sul Cristo Signore. Per favorire l’intimità della preghiera, si predispongano letture della sacra Scrittura con omelia o brevi esortazioni, che portino i fedeli a un riverente approfondimento del mistero eucaristico. È bene che alla parola di Dio i fedeli rispondano col canto e che in momenti opportuni si osservi il sacro silenzio»[1].

 

Centri di ascolto della Parola e della vita dei fratelli

 

Quando vuole riassumere la vita dei primi cristiani, san Luca dice che «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere»[2]. La prima comunità cristiana, quindi, riteneva essenziale la perseveranza in questi tre atteggiamenti: l’ascolto della Parola, la preghiera e la frazione del pane, la comunione.

 

Noi crediamo che «lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino»[3] e che senza la luce della Parola del Signore il nostro camminare è un brancolare nel buio. Per questa ragione vogliamo dare sempre più spazio al-l’ascolto della Parola.

 

Quest’anno, nei centri di ascolto, che vi chiedo di incrementare perché possono diventare “luoghi diffusi” di vera formazione cristiana, soprattutto per gli adulti, leggeremo la lettera di san Paolo agli Efesini, che ci aiuterà a riflettere sul nostro essere Chiesa, corpo di Cristo.

 

Vi chiedo anche di “creare” o “rafforzare” i “centri di ascolto della vita dei fratelli” dove «chi lo desidera possa trovare una persona alla quale “aprire” il cuore e sperimentare di non essere solo perché c’è una comunità pronta ad accoglierlo, a condividere sofferenze e disagi e ricercare insieme la strada della serenità. Il “centro di ascolto”, mentre aiuta a superare la solitudine, favorisce il crearsi e lo svilupparsi di relazioni nutrienti e ricche; rende la comunità più attenta ai silenzi, alle lacrime, alle presenze o alle assenze; contribuisce al consolidarsi dello stile di vita parrocchiale come stile di vita familiare»[4].

 Rivitalizzare la scuola di teologia di base

 Durante l’assemblea diocesana è stato richiesto con insistenza che si offra ai laici un cammino serio di formazione alla corresponsabilità nella Chiesa.

 

Mentre chiedo all’Istituto teologico ibleo di rimodulare, secondo quest’ottica, i corsi della scuola di teologia di base, invito i parroci, i superiori degli istituti religiosi e i responsabili dei movimenti a favorire la partecipazione a tali corsi di un maggior numero di fedeli.

 

Incontri zonali sull’impegno sociale e politico dei fedeli laici

 

A Verona papa Benedetto ha affermato che il compito di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società è un compito «della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo»[5].

 

I vicari foranei, anche accogliendo una esplicita proposta dei partecipanti alla nostra assemblea diocesana, d’intesa con l’ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro, predispongano una serie di incontri per favorire una corretta formazione sul tema dell’impegno sociale e politico dei fedeli laici.

 

Incontri diocesani per i membri dei consigli pastorali e per gli affari economici

 

Vista l’esperienza positiva degli anni precedenti e accogliendo una esplicita richiesta dei partecipanti all’assemblea diocesana, riproporremo due incontri diocesani per i membri dei consigli pastorali e per gli affari economici.

Programmazione pastorale parrocchiale

 È importante predisporre in tempo la programmazione parrocchiale. Non solo per evitare comportamenti arbitrari, decisioni improvvisate e iniziative frammentarie e dispersive, ma soprattutto per dare incisività ed efficacia (per quanto dipende da noi) alla nostra azione pastorale attraverso scelte “pensate” e maturate nella condivisione con gli organismi di partecipazione e nel rispetto di valutate priorità.

Chiedo, pertanto, ai parroci che entro il mese di gennaio 2014 trasmettano alla segreteria del consiglio pastorale diocesano (via Roma 109, Ragusa), la programmazione pastorale parrocchiale.

Conclusione

  Affidiamo l’anno pastorale che inizia alla materna intercessione della Madonna, perché ci aiuti «a crescere umanamente e nella fede, ad essere forti e non cedere alla tentazione dell’essere uomini e cristiani in modo superficiale, ma a vivere con responsabilità, a tendere sempre più in alto»[6].

L’educazione alla corresponsabilità è un cammino difficile e complesso. Ma è presente in tutti noi la volontà di lasciarci provocare dalle attuali sfide e di procedere fiduciosi nell’aiuto di Colui che ci dice: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»[7].

«A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen»[8].

Con affetto.

+ Paolo, vescovo

 

 


[1] Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico, n. 112.

[2] Atti degli Apostoli, capitolo 2, versetto 42.

[3] Salmo 119, versetto 105.

[4] Paolo Urso, Educhiamoci alla testimonianza della carità. Riflessioni e appuntamenti per camminare insieme. Programma pastorale 2009-2010.

[5] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, Verona, 19.10.2006.

[6] Papa Francesco, Meditazione al termine della preghiera del Rosario nella basilica di Santa Maria Maggiore,                                   4.5.2013.

[7] Seconda lettera ai Corinzi, capitolo 12, versetto 9.

[8] Lettera agli Efesini, capitolo 3, versetti 20-21.


Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria – 4

4 – continua

Il Consiglio Pastorale Parrocchiale (CPP) nella seduta di ieri ha meditato sul PROGETTO DI DIO sulla Parrocchia ECCE HOMO, con riferimento al Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2013 e la nota 10 del Piano Pastorale Diocesano.

La Chiesa è missione ! Non si capisce ne si giustifica una chiesa senza missione ! (Luigi Mosconi – La vita è missione p 287)

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Continuiamo di seguito con il testo del  PIANO PASTORALE  DIOCESANO 2013

4 parte.

IL CLIMA E GLI AMBITI DELLA CORRESPONSABILITA’

Il clima della corresponsabilità

Il clima della corresponsabilità è dato anzitutto dalla costruzione di relazioni adulte tra i membri delle comunità.  «La relazione adulta rifiuta ogni forma di dipendenza, che è sentirsi sotto tutela e sotto controllo; sentirsi paralizzati dalla paura di sbagliare; non liberi di dire ciò che si pensa e di prendere iniziative appropriate, entro ambiti definitivi e propri… Una comunità dalle relazioni immature non può nemmeno educare, perché anche l’educazione ha bisogno di libertà, non solo come obiettivo ma anche come stile»[1].

La Nota pastorale dopo il convegno di Verona indica, in estrema sintesi, il clima nel quale vivere la corresponsabilità e lo stile da assumere: Comunione, corresponsabilità e collaborazione «delineano il volto di comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che valorizza ogni risorsa e ogni sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca di ciò che corrisponde al bene della comunità intera»[2].

Vi offro solo qualche sottolineatura sulla fraternità e il dialogo, con qualche accenno alla franchezza e alla mitezza.

  1. 1.    La fraternità e la familiarità

Il Concilio qualifica come “familiari” i rapporti tra i pastori e i laici e indica le ricadute positive di tali rapporti: «Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici (cf. 1Ts 5,19 e 1Gv 4,1), possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo»[3].

Gli Atti degli Apostoli, quando vogliono descrivere la vita della prima comunità cristiana, dicono: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola»[4].

I fratelli non si scelgono, vengono donati. La fraternità è un dono e un impegno. Poiché siamo figli dello stesso Padre, siamo tutti tra noi fratelli! E dobbiamo stabilire relazioni fraterne. Alla globalizzazione dell’indifferenza dobbiamo opporre la globalizzazione della fraternità. È bello ciò che abbiamo letto della visita di papa Francesco a papa Benedetto, il 23 marzo di quest’anno, nel resoconto del direttore della sala stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi: «Nella cappella, il Papa emerito ha offerto il posto d’onore a Papa Francesco, ma questi ha detto: “Siamo fratelli”, e ha voluto che si inginocchiassero insieme allo stesso banco».

Mi piace anche citarvi alcune espressioni di papa Francesco e di papa Benedetto sull’essere tutti fratelli nella Chiesa.

Nell’ultima udienza generale del suo pontificato, papa Benedetto ringraziò tutti coloro che gli avevano scritto e mise in risalto lo stile di “moltissime lettere” ricevute: «ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’asso-ciazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti»[5].

Nella catechesi all’udienza generale, lo scorso 26 giugno, papa Francesco con il suo inconfondibile stile ha ribadito: «Qualcuno di voi potrebbe dire: ‘Senta Signor Papa, Lei non è uguale a noi’. Sì, sono come ognuno di voi, tutti siamo uguali, siamo fratelli!».

E che cos’è la parrocchia? Questa la risposta di Giovanni Paolo II: «Non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio; è piuttosto “la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito d’unità”, è “una casa di famiglia, fraterna ed accogliente”, è la comunità di fedeli”»[6].

Nei giorni scorsi, in preparazione alla giornata di digiuno e di preghiera per invocare da Dio il “grande dono della pace per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo”, ho riletto il discorso di Paolo VI all’ONU, il 4 ottobre 1965. Discorso sublime! Rileggetelo. In un passaggio dedicato all’orgoglio come al “grande antagonista delle necessarie armonie”, disse: «Non si può essere fratelli se non si è umili. Ed è l’orgoglio, per inevitabile che possa sembrare, che provoca le tensioni e le lotte del prestigio, del predominio, del colonialismo, dell’egoismo; rompe cioè la fratellanza».

La corresponsabilità, quindi, si vive nel clima e con lo stile della famiglia, cioè con amore, umiltà, tolleranza e spirito di servizio.

 2.    Il dialogo

 «Quanto lo vorremmo godere in pienezza di fede, di carità, di opere questo domestico dialogo; quanto lo vorremmo intenso e familiare! quanto sensibile a tutte le verità, a tutte le virtù, a tutte le realtà del nostro patrimonio dottrinale e spirituale! quanto sincero e commosso nella sua genuina spiritualità! quanto pronto a raccogliere le voci molteplici del mondo contemporaneo! quanto capace di rendere i cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti!»[7]. È stato l’auspicio di Paolo VI nella sua prima enciclica dedicata alle vie che la Chiesa deve percorrere per svolgere la sua missione.

 

Ma non è facile dialogare. Per questo alcuni rinunciano, dicendo “tanto è inutile parlare con te”.

 

Talvolta, addirittura, il dialogo è un reciproco accusarsi e offendersi. Triste e amaro il dialogo tra Medardo e Pamela in Il visconte dimezzato di Italo Calvino:

–       Io, Pamela, ho deciso d’essere innamorato di te, – egli le disse.

–       Ed è per questo, – saltò su lei, – che straziate tutte le creature della natura?

–       Pamela, – sospirò il visconte, – nessun altro linguaggio abbiamo per parlarci se non questo. Ogni incontro di due esseri al mondo è uno sbranarsi [il corsivo è mio]. Vieni con me, io ho la conoscenza di questo male e sarai più sicura che con chiunque altro; perché io faccio del male come tutti lo fanno; ma, a differenza degli altri, io ho la mano sicura[8].

 

Nella lettera agli Efesini, presentando la «vita nuova» del cristiano, san Paolo dice: «Nessuna parola cattiva [letteralmente il termine significa “putrido, marcio, rancido”] esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano… Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo»[9].

 

Le parole del cristiano devono tendere alla “opportuna edificazione” della comunità, non alla sua distruzione! L’asprezza del linguaggio, lo sdegno, l’ira devono “scomparire”, così come il «vociare confuso e gridato delle contese in cui non si ascolta l’altro, ma si mira ad assordarlo con il proprio clamore», l’offesa e la maldicenza[10]. Le parole, invece, dell’uomo «nuovo» devono essere ispirate alla benevolenza, alla misericordia e al perdono. «Il credente può accogliere e perdonare perché sa che innanzi tutto egli è stato accolto incondizionatamente e perdonato da Dio, per cui il perdono gli risulta un bene gratuitamente ricevuto, da condividere con i fratelli. Solo in forza di tale profonda autocoscienza, infatti, è possibile dare credito a un fratello che può avermi offeso»[11].

 

Paolo VI indicò quattro caratteri del dialogo: la chiarezza (il dialogo suppone ed esige comprensibilità), la mitezza (il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo, non è comando, non è imposizione, è pacifico, evita i modi violenti, è paziente, è generoso), la fiducia (tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore, promuove la confidenza e l’amicizia), la prudenza (fa grande conto delle condizioni psicologiche e morali di chi ascolta)[12].

 

Non è possibile dialogare, muovendosi su un terreno di menzogna e di ipocrisia. Ma non si deve nemmeno confondere la franchezza con la violenza verbale, la sincerità con l’offesa.

 

Non va dimenticato, infine, che «ascoltare» è condizione essenziale per dialogare bene: «Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore del-l’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l’esempio e il precetto che Cristo ci lasciò (cf. Gv 13,14-17)»[13].

 

Gli ambiti della corresponsabilità

 

 

Vogliamo costruire un cammino di corresponsabilità nell’attenzione ai cinque ambiti che hanno caratterizzato il convegno ecclesiale di Verona. Siamo convinti, infatti, che «nelle esperienze ordinarie tutti possiamo trovare l’alfabeto con cui comporre parole che dicano l’amore infinito di Dio», e che «la scelta della vita come luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio costituisce un segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili»[14].

 

Sono i testi utilizzati durante l’Assemblea diocesana. Adesso ve li ripresento in un’ottica un po’ diversa. L’ottica di chi “ascolta” per “programmare il cammino”.

 

«Vita affettiva – Comunicare il Vangelo dell’amore nella e attraverso l’espe-rienza umana degli affetti chiede di mostrare il volto materno della Chiesa, accompagnando la vita delle persone con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento evangelico sull’amore, reagendo al diffuso “analfabetismo affettivo” con percorsi formativi adeguati e una vita familiare ed ecclesiale fondata su relazioni profonde e curate. La famiglia rappresenta il luogo fondamentale e privilegiato dell’esperienza affettiva. Di conseguenza, deve essere anche il soggetto centrale della vita ecclesiale, grembo vitale di educazione alla fede e cellula fondante e ineguagliabile della vita sociale. Ciò richiede un’attenzione pastorale privilegiata per la sua formazione umana e spirituale, insieme al rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze. Siamo chiamati a rendere le comunità cristiane maggiormente capaci di curare le ferite dei figli più deboli, dei diversamente abili, delle famiglie disgregate e di quelle forzatamente separate a causa dell’emigrazione, prendendoci cura con tenerezza di ogni fragilità e nel contempo orientando su vie sicure i passi dell’uomo…

 

Lavoro e festa – Il rapporto con il tempo, in cui si esplica l’attività del lavoro dell’uomo e il suo riposo, pone forti provocazioni al credente, condizionato dai vorticosi cambiamenti sociali e tentato da nuove forme di idolatria. Occorre pertanto chiedere che l’organizzazione del lavoro sia attenta ai tempi della famiglia e accompagnare le persone nelle fatiche quotidiane, consapevoli delle sfide che derivano dalla precarietà del lavoro, soprattutto giovanile, dalla disoccupazione, dalla difficoltà del reinserimento lavorativo in età adulta, dallo sfruttamento della manodopera dei minori, delle donne, degli immigrati. Anche se cambiano le modalità in cui si esprime il lavoro, non deve venir meno il rispetto dei diritti inalienabili del lavoratore… Altrettanto urgente è il rinnovamento, secondo la prospettiva cristiana, del rapporto tra lavoro e festa: non è soltanto il lavoro a trovare compimento nella festa come occasione di riposo, ma è soprattutto la festa, evento della gratuità e del dono, a “risuscitare” il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità, aiutando a sviluppare una giusta visione creaturale ed escatologica. La qualità delle nostre celebrazioni è fattore decisivo per acquisire tale coscienza. Occorre poi fare attenzione alla crescita indiscriminata del lavoro festivo e favorire una maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli dedicati alle relazioni umane e familiari, perché l’autentico benessere non è assicurato solo da un tenore di vita dignitoso, ma anche da una buona qualità dei rapporti interpersonali. In questo quadro, grande giovamento potrà venire da un adeguato approfondimento della dottrina sociale della Chiesa, sia potenziando la formazione capillare sia proponendo stili di vita, personali e sociali, coerenti con essa. Assai significative sono in proposito le risorse offerte dallo sport e dal turismo.

 

Fragilità umana In un’epoca che coltiva il mito dell’efficienza fisica e di una libertà svincolata da ogni limite, le molteplici espressioni della fragilità umana sono spesso nascoste ma nient’affatto superate. Il loro riconoscimento, scevro da ostentazioni ipocrite, è il punto di partenza per una Chiesa consapevole di avere una parola di senso e di speranza per ogni persona che vive la debolezza delle diverse forme di sofferenza, della precarietà, del limite, della povertà relazionale. Se l’esperienza della fragilità mette in luce la precarietà della condizione umana, la stessa fragilità è anche occasione per prendere coscienza del fatto che l’uomo è una creatura e del valore che egli riveste davanti a Dio. Gesù Cristo, infatti, ci mostra come la verità dell’amore sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione. La vera forza è l’amore di Dio che si è definitivamente rivelato e donato a noi nel Mistero pasquale. All’annuncio evangelico si accompagna l’opera dei credenti, impegnati ad adattare i percorsi educativi, a potenziare la cooperazione e la solidarietà, a diffondere una cultura e una prassi di accoglienza della vita, a denunciare le ingiustizie sociali, a curare la formazione del volontariato. Le diverse esperienze di evangelizzazione della fragilità umana, anche grazie all’apporto dei consacrati e dei diaconi permanenti, danno forma a un ricco patrimonio di umanità e di condivisione, che esprime la fantasia della carità e la sollecitudine della Chiesa verso ogni uomo…

 

Tradizione Nella trasmissione del proprio patrimonio spirituale e culturale ogni generazione si misura con un compito di straordinaria importanza e delicatezza, che costituisce un vero e proprio esercizio di speranza. Alla famiglia deve essere riconosciuto il ruolo primario nella trasmissione dei valori fondamentali della vita e nell’educazione alla fede e all’amore, sollecitandola a svolgere il proprio compito e integrandolo nella comunità cristiana. Il diffuso clima di sfiducia nei confronti dell’educazione rende ancor più necessaria e preziosa l’opera formativa che la comunità cristiana deve svolgere in tutte le sedi, ricorrendo in particolare alle scuole e alle istituzioni universitarie. In modo del tutto peculiare, poi, la parrocchia costituisce una palestra di educazione permanente alla fede e alla comunione, e perciò anche un ambito di confronto, assimilazione e trasformazione di linguaggi e comportamenti, in cui un ruolo decisivo va riconosciuto agli itinerari catechistici. In tale prospettiva, essa è chiamata a interagire con la ricca e variegata esperienza formativa delle associazioni, dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali. La sfida educativa tocca ogni ambito

del vissuto umano e si serve di molteplici strumenti e opportunità, a cominciare dai mezzi della comunicazione sociale, dalle possibilità offerte dalla religiosità popolare, dai pellegrinaggi e dal patrimonio artistico…

 

Cittadinanza – Il bisogno di una formazione integrale e permanente appare urgente anche per dare contenuto e qualità al complesso esercizio della testimonianza nella sfera sociale e politica. A tale riguardo, sarà opportuno far tesoro della riflessione e delle opere maturate in cento anni dalle Settimane sociali dei cattolici italiani… Se oggi il tessuto della convivenza civile mostra segni di lacerazione, ai credenti – e ai fedeli laici in modo particolare – si chiede di contribuire allo sviluppo di un ethos condiviso, sia con la doverosa enunciazione dei principi, sia esprimendo nei fatti un approccio alla realtà sociale ispirato alla speranza cristiana. Ciò esige l’elaborazione di una seria proposta culturale, condotta con intelligenza, fedele ai valori evangelici e al Magistero, insieme a una continua formazione spirituale. Implica una rivisitazione costante dei veri diritti della persona e delle formazioni sociali nella ricerca del bene comune e deve promuovere occasioni di confronto tra uomini e donne dotati di competenze e professionalità diverse»[15].

 


[1] Paola Bignardi, Esiste ancora il laicato? Una riflessione a cinquant’anni dal Concilio, AVE, Roma 2012, pag. 76.

[2] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 23.

[3] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 37.

[4] Atti degli Apostoli, capitolo 4, versetto 32.

[5] Benedetto XVI, Catechesi all’udienza generale, 27.2.2013.

[6] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (I fedeli laici), 30.12.1988, n. 26.

[7] Paolo VI, Ecclesiam suam (La sua Chiesa), 6.8.1964, n. 117.

[8] Italo Calvino, Il visconte dimezzato, in Italo Calvino, Romanzi e racconti, Mondadori, Milano 2001, pag. 406.

[9] Lettera agli Efesini, capitolo 4, versetti 29-32.

[10] Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Paoline, Milano 2003, pagine 173-174.

[11] Lettera agli Efesini, nuova versione, introduzione e commento di Stefano Romanello, Paoline, Milano 2003, pag. 174.

[12] Paolo VI, Ecclesiam suam (La sua Chiesa), 6.8.1964, numeri 83-84.

[13] Paolo VI, Ecclesiam suam (La sua Chiesa), 6.8.1964, n. 90.

[14] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 12.

[15] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 12.