Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum


Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria – 3

Come lil volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia può tornare a brillare ?

Confrontiamoci con la terza parte del Piano Pastorale 2013-2014.

Accogliamo l’invito del vescovo a prendere coscienza della necessità di un nuovo slancio “missionario”.

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3 parte – Anno pastorale 2013-2014 – Educhiamoci alla corresponsabilità. Riflessioni e appuntamenti per camminare insieme

Necessità di un nuovo slancio

 Durante il pranzo del 30 ottobre 1987, Giovanni Paolo II fece una confidenza ai Padri che avevano partecipato alla 7ª assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi (1-30 ottobre 1987) sul tema «La vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo». Disse di aver ricevuto una “lettera interessante” di un laico che si chiedeva: Cosa aspettiamo noi? Noi aspettiamo una visione teologica del laico, del fedele laico. E il Papa commentò: «una dottrina sul laico, sul laicato, l’abbiamo e molto ricca, e la troviamo nel magistero del Concilio Vaticano II: è veramente molto ricca, molto profonda, molto completa. Naturalmente rimane sempre la possibilità di svilupparla, di approfondirla, di fare di quella dottrina magistrale una teologia. Ma io penso che il Sinodo ci ha dimostrato anche che il problema non è quello della teologia. Quello che ora ci sta davanti, che ci preoccupa, che ci spinge, che ci lancia una sfida, è come fare di questa splendida teoria sul laicato un’autentica prassi ecclesiale»[1].

Da quel discorso sono trascorsi quasi ventisei anni, e noi ci chiediamo: la splendida teoria sul laicato è patrimonio condiviso nelle nostre comunità? È diventata autentica prassi ecclesiale? Caratterizza il nostro stile pastorale?

Le domande sono pertinenti, attuali e positivamente provocatorie, se nel messaggio del 10 agosto 2012 inviato ai partecipanti alla VI assemblea ordinaria del Forum internazionale dell’Azione cattolica[2], papa Benedetto affermò che il tema dell’assemblea[3] era «di grande rilevanza per il laicato» e, ripetendo quanto aveva già detto nel discorso di apertura del convegno pastorale della diocesi di Roma il 26 maggio 2009, disse: «La corresponsabilità esige un cambiamento di mentalità riguardante, in particolare, il ruolo dei laici nella Chiesa, che vanno considerati non come “collaboratori” del clero, ma come persone realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa»[4].

Penso ad una pagina di don Primo Mazzolari[5], che lessi nel 1964 e che ancora oggi ricordo, sulla presenza dei laici nelle parrocchie. Occorre tenere presente lo stile di Mazzolari e il tempo in cui il testo fu scritto (1957). «Per essere nella Chiesa, il laico non ha bisogno di farsi chierico… Il parroco deve guardarsi dal fabbricare brutte

o belle copie del prete, quando l’originalità è una delle condizioni perché la parrocchia sia viva e vitale. Egli deve aver fiducia nei laici, non pretendere di manovrarli quasi fossero dei fanciulli… [Il parroco deve evitare di chiudersi] in quell’imman-cabile corte di gente corta, che ingombra ogni parrocchia e fa cerchio intorno al parroco… Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno, e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti… Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento. Il laico deve agire con la sua testa, e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente… In qualche parrocchia, sono proprio gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici, che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli… In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa, e parla il suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che sono sempre disposti ad applaudire, a festeggiare e a… mormorare, non sono, a lungo andare, né simpatici, né utili, né obbedienti. Il figlio che nella parabola dice di no e poi va, è molto più obbediente del figlio che dice subito di sì e poi non va»[6].

Devono farci riflettere le osservazioni di Luigi Alici[7]: «siamo entrati in una fase di grave, diffusa afasia dei laici battezzati: impegnati generosamente, con una dedizione ammirevole, nella catechesi, nei servizi liturgici, nella cura delle strutture ecclesiastiche, ma spesso introvabili nelle frontiere più esposte della competenza professionale, del dibattito culturale, della promozione del bene comune, dove pure potrebbero dare il meglio di sé… C’è qualcosa di strano in una comunità cristiana in cui i laici sono invitati in sagrestia, mentre preti e vescovi intervengono continuamente su questioni di economia, diritto, sociologia, politica internazionale»[8].

In realtà è da tempo che nella Chiesa italiana si parla di crisi degli organismi di partecipazione.

Al Convegno ecclesiale nazionale di Loreto, nel 1985, si sottolineò la «fatica che si fa da parte di tutti a farli nascere, vivere e operare correttamente»[9]. E nella Nota pastorale dopo il convegno di Loreto, i vescovi italiani invitarono la comunità cristiana a «ridare slancio e consistenza alle strutture di partecipazione… chiamandovi a far parte attiva tutte le componenti del popolo di Dio» e aggiunsero: «Anche nelle realtà pastoralmente più povere va introdotto questo criterio innovativo, che dà senso alla corresponsabilità e rispetta il ministero e i doni di ciascuno. È lo stile comunionale che impegna ad esaminare e ad affrontare insieme i vari problemi»[10].

Dopo vent’anni, nella lettera ai fedeli laici del 2005, la Commissione episcopale per il laicato osservava: «non sempre l’auspicata corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori… Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura, ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale… A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno»[11].

Nella nota pastorale dopo Verona (2007), la Conferenza episcopale italiana rilevava che «gli organismi di partecipazione ecclesiale e anzitutto i consigli pastorali – diocesani e parrocchiali – non stanno vivendo dappertutto una stagione felice. La consapevolezza del valore della corresponsabilità ci impone… di ravvivarli, elaborando anche modalità originali di uno stile ecclesiale di maturazione del consenso e di assunzione di responsabilità. Di simili luoghi abbiamo particolarmente bisogno per consentire a ciascuno di vivere quella responsabilità ecclesiale che attiene alla propria vocazione e per affrontare le questioni che riguardano la vita della Chiesa con uno sguardo aperto ai problemi del territorio e dell’intera società. La partecipazione corale e organica di tutti i membri del popolo di Dio non è solo un obiettivo, ma la via per raggiungere la meta di una presenza evangelicamente trasparente e incisiva»[12].

Sarebbe opportuno chiedersi che cosa ancora oggi rende poco “vivi e vitali” quegli organismi. «Ci sono ancora i consigli pastorali nelle parrocchie?», si chiede Paola Bignardi. «Che cosa sopravvive dell’interesse che hanno riscosso all’indomani del Concilio? Nella maggioranza dei casi, essi svolgono oggi la funzione di coordinamento delle attività e delle iniziative della parrocchia, fino al limite della banalità: più raramente sono luoghi di vera discussione e di corresponsabilità»[13].

Durante l’assemblea diocesana, mentre si è preso atto di una maggiore attenzione al tema della corresponsabilità, sono state anche rilevate le difficoltà di “lavorare in rete” (a livello parrocchiale e zonale, tra parrocchie limitrofe, con le famiglie, con le scuole…), la perdurante presenza di forme di clericalismo, di consigli pastorali e per gli affari economici “vecchi” (non solo da un punto di vista anagrafico), esistenti solo “sulla carta” o destinatari di semplici comunicazioni o convocati solo per “ratificare” quanto già deciso o per organizzare e coordinare alcune attività, di comunicazioni/relazioni insufficienti tra i vari gruppi, di laici ridotti a semplici esecutori di ordini.

Non possiamo rimanere a guardare, scaricando su altri le nostre carenze e aspettando l’intervento non so di chi. Avvertiamo la necessità di dare un nuovo impulso alla corresponsabilità nella nostra Chiesa locale.

I consigli pastorali «sono il luogo in cui insieme si pensa il volto concreto della Chiesa, in cui tutte le vocazioni trovano modo di esercitarsi nel rispetto della loro specifica funzione, in cui si fa discernimento sulle forme della missione, in cui si ascoltano le domande, ci si interroga insieme, insieme si risponde, senza semplificazioni, all’interrogativo: come la nostra comunità fa vedere il Risorto alle persone che vivono accanto a noi e lo fa sentire vivo a ciascuno di noi?»[14]. Ciò che Paola Bignardi dice dei consigli pastorali vale per tutti gli organismi di partecipazione: assemblee, consiglio presbiterale, collegio dei consultori, consigli per gli affari economici, consulte…

Non c’è da riflettere solo sugli organismi di partecipazione. C’è da interrogarsi, nel quadro della corresponsabilità, sulla presenza e valorizzazione dei ministeri nella vita della comunità, giacché «il cammino missionario della parrocchia è affidato alla responsabilità di tutta la comunità parrocchiale»[15].

Dobbiamo confrontarci [16]:

–       sulle modalità di svolgimento del ruolo della presidenza (“il parroco sarà meno l’uomo del fare e dell’intervento diretto e più l’uomo della comunione; e perciò avrà cura di promuovere vocazioni, ministeri e carismi”);

–       sull’apertura alle varie forme di ministerialità (“Figure nuove al servizio della parrocchia missionaria stanno nascendo e dovranno diffondersi: nell’ambito catechistico e in quello liturgico, nell’animazione caritativa e nella pastorale familiare, ecc.”);

–       sulla presenza degli istituti di vita consacrata (”Non si tratta di chiedere ai consacrati cose da fare, ma piuttosto che essi siano ciò che il carisma di ciascun istituto rappresenta per la Chiesa”);

–       sul servizio delle associazioni e dei movimenti (“che hanno un ruolo particolare nella sfida ai fenomeni di scristianizzazione e nella risposta alle domande di religiosità”).


[1] Il Papa riprese questa idea nell’esortazione apostolica pubblicata un anno dopo la celebrazione del Sinodo dei vescovi, cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici. Vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo, 30.12.1988, n. 2.

[2] La VI assemblea ordinaria del Forum internazionale di Azione cattolica si svolse a Iasi, in Romania, dal 22 al 26 agosto 2012.

[3] Il tema del Forum era Laici di Azione Cattolica: la corresponsabilità ecclesiale e sociale.

[4] Benedetto XVI, Messaggio in occasione della VI Assemblea Ordinaria del Forum Internazionale di Azione Cattolica, 10.8.2012.

[5] Don Primo Mazzolari è nato nel gennaio del 1890 ed è morto nell’aprile del 1959. Di lui Paolo VI ha detto: «Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti» (cfr. Fondazione Don Primo Mazzolari, http://www.fondazionemazzolari.it).

[6] Primo Mazzolari, La Parrocchia, La Locusta, Vicenza 1962, pagine 61-64.

[7] Luigi Alici è nato nel 1950 ed è professore di filosofia. È stato presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana.

[8] Luigi Alici, Cielo di plastica, S. Paolo, Cinisello Balsamo 2009, pag. 129.

[9] Conferenza episcopale italiana, Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini. Atti del 2º Convegno ecclesiale, AVE, Roma 1985, pag. 325.

[10] Episcopato italiano, La Chiesa in Italia dopo Loreto, 9.6.1985, n. 49.

[11] Conferenza episcopale italiana. Commissione episcopale per il laicato, “Fare di Cristo il cuore del mondo”. Lettera ai fedeli laici, 27.3.2005, n. 2.

[12] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 24.

[13] Paola Bignardi, Esiste ancora il laicato? Una riflessione a cinquant’anni dal Concilio, AVE, Roma 2012, pag. 74.

[14] Paola Bignardi, Esiste ancora il laicato? Una riflessione a cinquant’anni dal Concilio, AVE, Roma 2012, pag. 75.

[15] Conferenza episcopale italiana, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. Nota pastorale, 30.5.2004, n. 12.

[16] Conferenza episcopale italiana, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. Nota pastorale, 30.5.2004, numeri 12 e 11.

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Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria – 2

– seconda parte – Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria

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Anno pastorale 2013-2014 –  Educhiamoci alla corresponsabilità  Riflessioni e appuntamenti per camminare insieme

  Siamo tutti corresponsabili

All’inizio del documento sulla vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo, Giovanni Paolo II fece riferimento alla parabola presente nel vangelo di Matteo, nella quale si parla dell’invito che un signore rivolse ai lavoratori perché andassero a lavorare nella sua vigna.

Questo il testo della parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere  a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “ Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattato come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?  Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto ho dato a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi»[1].

Va, anzitutto, detto che la parabola è inquietante! Il comportamento del padrone della vigna sembra eccessivamente arbitrario! Vi invito, perciò, a leggere un buon commento al testo di Matteo. Don Bruno Maggioni osserva: «Il centro della parabola è ora sufficientemente chiaro: non lo schema rendimento/ricompensa rivela il mistero di Dio, ma la gratuità… se vuoi sporgerti sul mistero di Dio, liberati dallo schema della rigida proporzionalità… Il loro [dei lavoratori della prima ora] apparente desiderio di giustizia è in realtà un senso di invidia. Un sentimento, questo, sempre in agguato, se il giusto resta convinto – nel suo intimo – che il Vangelo sia una fatica e non una fortuna»[2].

Queste ultime parole (che il Vangelo sia una fatica e non una fortuna) mi hanno fatto pensare a un romanzo di Bruce Marshall A ogni uomo un soldo. Alla fine, il protagonista del romanzo, l’abate Gaston, comincia a capire il senso della parabola: «Il treno proseguiva la sua corsa rumorosa lungo la galleria, ma l’abate non si accorgeva delle stazioni, perché stava pensando ai misteri del Signore e riflettendo che lui li capiva in modo molto imperfetto. Uno, però, gli pareva di cominciare a capirlo, e cioè perché tutti gli operai della vigna ricevevano un denaro, sia che avessero portato il peso della giornata e del caldo oppure no. Pensava che la ragione era questa: che tanta parte del lavoro era ricompensa a se stessa, come tanta parte del mondo era castigo a se stessa. E a un tratto l’abate Gaston si rese conto che lui, da prete, era stato molto felice. E anche adesso che, oltre a essere zoppo, era quasi cieco, e che avrebbe dovuto impararsi a memoria chilometri di epistole e di vangeli, sapeva che come cappellano residente delle suore sarebbe stato molto felice»[3].

Giovanni Paolo II legge nella parabola l’invito rivolto a tutti – pastori, sacerdoti, religiose, religiosi e laici – di andare a lavorare nella chiesa e nel mondo: «L’appel-lo del Signore Gesù “Andate anche voi nella mia vigna” non cessa di risuonare da quel lontano giorno nel corso della storia: è rivolto a ogni uomo che viene in questo mondo… La chiamata non riguarda soltanto i pastori, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ma si estende a tutti: anche i fedeli laici sono personalmente chiamati dal Signore, dal quale ricevono una missione per la chiesa e per il mondo»[4].

Nel messaggio per l’87ª Giornata missionaria mondiale, che celebreremo il prossimo 20 ottobre, papa Francesco ha scritto: «Il Concilio Vaticano II ha sottolineato in modo speciale come il compito missionario, il compito di allargare i confini della fede, sia proprio di ogni battezzato e di tutte le comunità cristiane… Ciascuna comunità è quindi interpellata e invitata a fare proprio il mandato affidato da Gesù agli Apostoli di essere suoi “testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8), non come un aspetto secondario della vita cristiana, ma come un aspetto essenziale: tutti siamo inviati sulle strade del mondo per camminare con i fratelli, professando e testimoniando la nostra fede in Cristo e facendoci annunciatori del suo Vangelo»[5].

Lasciandosi illuminare e guidare dalla Parola di Dio, la Chiesa ha riflettuto su se stessa e con molta chiarezza ha affermato e ribadito che:

a)  nella Chiesa c’è una varietà di ruoli, di funzioni, di ministeri, di carismi:

–         «Il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra… Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra»[6]; «Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri»[7];

–         «Per istituzione divina, la santa Chiesa è organizzata e retta con mirabile varietà. “Come in un unico corpo abbiamo molte membra, e nessun membro ha la stessa funzione degli altri, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, dove ognuno è membro degli altri” (Rm 12,4-5)»[8];

–         «La Chiesa… è diretta e guidata dallo Spirito che elargisce doni gerarchici e carismatici a tutti i battezzati chiamandoli a essere, ciascuno a suo modo, attivi e corresponsabili»[9];

b)  tutti i membri della Chiesa sono uguali e, nel rispetto della distinzione dei ruoli, profondamente legati tra loro:

–         «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»[10];

–         «In Cristo e nella Chiesa nessuna ineguaglianza a motivo della razza o della nazione, della condizione sociale o del sesso… Anche se per volontà di Cristo alcuni sono costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo. La distinzione infatti che il Signore ha posto tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio porta in sé l’unione, poiché i pastori e gli altri fedeli sono legati tra loro da comuni vincoli: sul-l’esempio del Signore, i pastori della Chiesa si facciano servitori tra di loro e verso gli altri fedeli e questi a loro volta prestino prontamente la loro collaborazione ai pastori e ai dottori. Così, nella diversità, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: infatti la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in unità i figli di Dio, perché “tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito” (1 Cor 12,11)»[11];

c)   la diversità di doni, di funzioni, di condizioni e modi di vita non solo non è in contrasto con l’unità della Chiesa, ma ne esprime la ricchezza:

–         «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito»[12]; «Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto»[13];

–         «Anche nell’edificazione del corpo di Cristo vige una varietà di membra e di funzioni. Uno solo è lo Spirito che distribuisce i suoi vari doni per l’utilità della Chiesa, a misura della sua ricchezza e delle necessità dei ministeri… Il medesimo Spirito unifica il corpo con la sua presenza, con la sua forza e con la connessione interna delle membra; produce la carità tra i fedeli e li sprona a viverla»[14];

–         «La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa»[15];

–         «lo Spirito Santo, apparentemente, sembra creare disordine nella Chiesa, perché porta la diversità dei carismi, dei doni; ma tutto questo invece, sotto la sua azione, è una grande ricchezza, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di unità, che non significa uniformità, ma ricondurre il tutto all’armonia. Nella Chiesa l’armonia la fa lo Spirito Santo… quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità, l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa. Il camminare insieme nella Chiesa, guidati dai Pastori, che hanno uno speciale carisma e ministero, è segno dell’azione dello Spirito Santo; l’ecclesialità è una caratteristica fondamentale per ogni cristiano, per ogni comunità, per ogni movimento. È la Chiesa che mi porta Cristo e mi porta a Cristo; i cammini paralleli sono tanto pericolosi!»[16]. «Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio»[17];

d)  tutti i battezzati sono corresponsabili della missione della Chiesa e nessuno è inutile:

–         «Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie»[18];

–         «In forza della comune dignità battesimale il fedele laico è corresponsabile, insieme con i ministri ordinati e con i religiosi e le religiose, della missione della Chiesa»[19]; «nessuno è inutile nella Chiesa e se qualcuno a volte dice ad un altro: ‘Vai a casa, tu sei inutile’, questo non è vero, perché nessuno è inutile nella Chiesa, tutti siamo necessari per costruire questo Tempio!»[20].

Nella chiesa siamo tutti corresponsabili! Questo è un punto fermo. E speriamo che sia un punto di non ritorno, a livello di convinzione e di prassi. La Chiesa è comunione, è il nuovo popolo di Dio, il cui statuto «è la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali, come in un tempio, inabita lo Spirito di Dio. La sua legge è il nuovo comandamento di amare come ci ha amati Cristo (cf. Gv 13,34). Il suo fine è il regno di Dio»[21]. Nessuno può restare con le mani in mano.

Vi chiedo di imprimere nel cuore e nella mente due espressioni del documento del Concilio sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, perché ci permettono di cogliere l’oggetto della nostra corresponsabilità ecclesiale e pastorale:

a)  «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore»[22];

b)  «I cristiani, ricordando le parole del Signore, “in questo conosceranno tutti che siete i miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri (Gv 13,35), niente possono   desiderare più ardentemente che servire con sempre maggiore generosità ed    efficacia gli uomini del mondo contemporaneo»[23]. Qual è il nostro modo di amare e servire l’uomo? Annunciandogli, con la parola e con la vita, il vangelo, perché «evangelizzare […] è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare»[24].

La Chiesa contribuisce a rendere più umani i rapporti tra le persone. In questa azione i laici hanno un compito particolare: «È proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio»[25]; «I laici sono particolarmente chiamati a rendere presente e operante la chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo di loro»[26]; «occorre che come cittadini cooperino con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità»[27]; «Principale loro compito, siano essi uomini o donne, è la testimonianza di Cristo, che devono rendere con la vita e con la parola nella famiglia, nel ceto sociale cui appartengono e nell’ambito della loro professione»[28]; «Se è vero che un laico non può sostituire il Pastore nei ministeri che richiedono i poteri dati dal sacramento dell’Ordine, è anche vero che il Pastore non può sostituire i laici nei campi dove essi hanno competenza più di lui»[29].

Va, infine, chiarito che la sollecitazione alla corresponsabilità non è motivata dal fatto che i preti, i religiosi e le religiose, almeno in Italia, stanno diminuendo. Non si parla di corresponsabilità perché abbiamo paura che la nave affondi (!)[30] e cerchiamo aiuto da tutte le parti. La corresponsabilità è la conseguenza e la modalità del nostro essere Chiesa.

[1] Vangelo secondo Matteo, capitolo 20, versetti 1-16.

[2] Bruno Maggioni, Le parabole evangeliche, Vita e Pensiero, Milano 1995, pagine 123 e 125.

[3] Bruce Marshall, A ogni uomo un soldo, Longanesi, Milano 1972, pagine 420-421.

[4] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (I fedeli laici), 30.12.1988, n. 2.

[5] Papa Francesco, Messaggio per la Giornata missionaria mondiale, 19.5.2013, n. 2.

[6] Prima lettera ai Corinzi, capitolo 12, versetti 14 e 27.

[7] Lettera agli Efesini, capitolo 4, versetto 11.

[8] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 32.

[9] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (I fedeli laici), 30.12.1988, n. 21.

[10] Lettera ai Galati, capitolo 3, versetti 27-28.

[11] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 32.

[12] Prima lettera ai Corinzi, capitolo 12, versetti 12-13.

[13] Prima lettera ai Corinzi, capitolo 12, versetti 17-18.

[14] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 7.

[15] Conferenza episcopale italiana. Commissione episcopale per il laicato, “Fare di Cristo il cuore del mondo”. Lettera ai fedeli laici, 27.3.2005, n. 2. Questa lettera fu scritta nella prospettiva del convegno ecclesiale di Verona.

[16] Papa Francesco, Omelia, 19.5.2013.

[17] Papa Francesco, Omelia, 29.6.2013, n. 3.

[18] Prima lettera ai Corinzi, capitolo 12, versetti 21-22.

[19] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (I fedeli laici), 30.12.1988, n. 15.

[20] Papa Francesco, Catechesi all’udienza generale, 26.6.2013.

[21] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 9.

[22] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes (La gioia e la speranza), n. 1.

[23] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes (La gioia e la speranza), n. 93.

[24] Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (L’impegno di annunciare il Vangelo), 8.12.1975, n. 14.

[25] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 31.

[26] Concilio ecumenico vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (La luce delle genti), n. 33.

[27] Concilio ecumenico vaticano II, Decreto sull’apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem (L’attività apostolica),  n.7.

[28] Concilio ecumenico vaticano II, Decreto sull’attività missionaria della Chiesa, Ad gentes (Alle genti), n. 21.

[29] Giovanni Paolo II, Catechesi all’udienza generale, n. 5, 2.3.1994.

[30] Bellissime e vere le parole di papa Benedetto, durante l’ultima udienza generale, il 27.2.2013, con le quali ha riletto i suoi otto anni di pontificato: «È stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore».

– 2 continua –


Parrocchia missionaria. Comunione e corresponsabilità missionaria

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* Preparandoci a vivere il Consiglio Pastorale Parrocchiale approfondiamo il progetto pastorale confrontandoci con l’8° Piano Pastorale Diocesano: Educhiamoci alla Corresponsabilità.

Il progetto parrocchiale dell’Ecce Homo, così come di ogni parrocchia, è realizzare la Missione di Gesù nella grazia dello Spirito.

La missionarietà della Chiesa oggi è più esigente che mai e di fronte alle difficoltà non solo non possiamo tirarci indietro, ma siamo chiamati con coraggio e fiducia a camminare, costruire, evangelizzare.

Per esprimere il volto missionario delle parrocchie in un mondo  che cambia siamo chiamati a guardare con attenzione il “mondo che cambia” e con spirito missionario crescere nella corresponsabilità ecclesiale e missionaria.

Accogliamo le indicazioni dettate dal vescovo nel piano 2013-2014 ricavandone linee guida e luce per il programma annuale parrocchiale che sarà tracciato dal Consiglio.

Anno pastorale 2013-2014

 Educhiamoci alla corresponsabilità

Riflessioni e appuntamenti per camminare insieme

 Ragusa, 21 settembre 2013

 Amici carissimi,

proseguiamo nel cammino. Siamo giunti alla terza tappa del percorso quadriennale. Dopo avere concentrato l’attenzione sulla libertà e sulla verità, ci accingiamo ad iniziare il nuovo anno pastorale, che avrà come filo conduttore l’educazione alla corresponsabilità. Vogliamo riflettere sul nostro essere Chiesa e sul dovere che abbiamo di vivere corresponsabilmente la vocazione e la missione che il Signore ci ha affidato.

Lo scorso mese di aprile abbiamo vissuto l’esperienza dell’assemblea diocesana che, nella sua nuova articolazione, ci ha permesso di ascoltare la relazione del prof. Giuseppe Falanga, docente alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, e di confrontarci nelle singole comunità parrocchiali sui percorsi diocesani e locali per educarci alla corresponsabilità. Dopo due settimane ci siamo rivisti per ascoltare la sintesi del lavoro compiuto nelle singole parrocchie e riaprire il confronto.

Rinnovo il ringraziamento al prof. Falanga, a tutte le parrocchie che hanno realizzato l’assemblea (con la partecipazione soprattutto degli operatori pastorali e delle realtà ecclesiali presenti nel territorio) e al gruppo che ne ha raccolto le relazioni e ha predisposto la sintesi finale.

Questa mia introduzione vuole semplicemente:

–       chiarire il significato del termine «corresponsabilità» e ribadire che nella Chiesa siamo tutti corresponsabili;

–       sollecitare la consapevolezza e la realizzazione di una più ampia corresponsabilità e indicarne il cammino e il clima;

–       riproporre gli ambiti della corresponsabilità, che sono stati oggetto di confronto durante l’assemblea diocesana, perché siano gli elementi portanti della costruzione del programma pastorale parrocchiale;

–       segnalare alcuni appuntamenti comuni perché nel nostro cammino di Chiesa insieme con Gesù, il nostro unico e vero Salvatore, ci lasciamo educare e, reciprocamente, ci educhiamo alla corresponsabilità.

Spesso, mi limiterò a citare dei testi, senza commentarli. È stata una scelta. Perché ritengo sia molto opportuno accostarsi ai documenti, individualmente e comunitariamente, leggerli con calma, e da essi lasciarsi positivamente provocare.

Che vuol dire “corresponsabilità”

La parola “corresponsabilità” unisce due termini: “con” e “responsabilità”. E indica la “responsabilità da assumere insieme”. Ma che cos’è la responsabilità?

Samuel Heymann, prima di morire invia a un «caro scrittore, che parla più di quanto scrive», una raccomandata che contiene tre documenti: una breve lettera di una pagina, una fotografia e alcuni fogli spillati. Gli chiede di consegnare a Miranda i fogli, «leggendoglieli e soprattutto migliorandoli». Non è necessario che io vi dica i motivi di tale comportamento. Heymann, che «ama l’umanità attraverso gli occhi di un cane», rivela alla figlia la sua storia, che comincia così: «Ho spesso l’impressione di non avere avuto infanzia. I pochi ricordi che ho di quel periodo appartengono a una terza persona. Non ero io quel ragazzino affettuoso, fiducioso, a braccia aperte… La mattina, quando usciva dalle lenzuola, quel bambino si precipitava nel cortile di casa e alzava la testa per gridare al cielo: “Puoi andare a dormire, Dio, tutto a posto, mi sono svegliato, mi occupo io di tutto”»[1].

Nelle parole di quel bambino è racchiuso il senso della responsabilità. È ciò che diceva S. Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che tutto in realtà dipende da Dio»[2]. Né solo Dio, né solo l’uomo!

Erich Fromm[3] ha scritto un libro molto interessante dal titolo L’arte d’amare. È possibile l’amore nella civiltà repressiva?, che «si propone di dimostrare che l’amore non è un sentimento al quale ci si possa abbandonare senza aver raggiunto un alto livello di maturità». Egli sostiene che tutte le forme d’amore si fondano sempre su quattro elementi: la premura, la responsabilità, il rispetto e la conoscenza. La «responsabilità, nel vero senso della parola, è un atto strettamente volontario; è la mia risposta al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Essere “responsabile” significa essere pronti e capaci di “rispondere”. Giona non si sentiva responsabile degli abitanti di Ninive. Egli, come Caino, poteva domandare: “Sono il custode di mio fratello?”. La persona che ama risponde. La vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo. Si sente responsabile dei suoi simili, così come si sente responsabile di se stesso»[4].

La corresponsabilità, quindi, è la prontezza e la capacità di “rispondere insieme” ai bisogni, espressi o inespressi, delle persone e delle comunità, conosciuti con l’occhio dell’amore e con la sapienza del cuore. È strettamente connessa con l’amore e la comunione. «È un’esperienza che dà forma concreta alla comunione, attraverso la disponibilità a condividere le scelte che riguardano tutti»[5].

Per questa ragione, nell’incontro con i membri dei consigli pastorali e per gli affari economici il 7 dicembre 2010, dicevo che i “passi” della corresponsabilità pastorale sono la conoscenza (della situazione, del territorio, delle esigenze…), il dialogo, la docilità allo Spirito, la valutazione e la scelta delle priorità e degli impegni concreti.

[1] Eric-Emmanuel Schmitt, L’amore invisibile, e/o, Roma 2013, pagine 72-73.

[2] Citazione di papa Benedetto all’Angelus del 17 giugno 2012.

[3] Erich Fromm è sociologo e psicanalista tedesco. È nato a Francoforte sul Meno nel 1900 ed è morto a Locarno nel 1980, pochi giorni prima di compiere ottant’anni.

[4] Erich Fromm, L’arte d’amare. È possibile l’amore nella civiltà repressiva?, Il Saggiatore, Milano 1979, pagine  9, 42-43.

[5] Conferenza episcopale italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 24.

– continua –