Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum

Primo Mazzolari LA PARROCCHIA

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pecorelle

PREFAZIONE
A don Primo Mazzolari bisogna accostarci come Mosè al roveto ardente: “Togliti i sandali dai piedi perché il
luogo sul quale tu stai è una terra santa” (Es 3,5). E vengono subito alla mente le parole di papa Giovanni
XXIII, il quale, parlando di Lui ebbe a dire: “Don Primo è come il rombo del vento impetuoso dello Spirito,
che soffia al nord dell’Italia”.
Un profeta, dunque; un attento lettore del segni del tempi, capace di vero discernimento spirituale. Come
Ezechiele, ha accolto nel cuore e ascoltato negli orecchi tutte le parole che il Signore gli ha detto; è andato
dai figli del suo popolo ed ha parlato a loro (cf Ez 3,1-10). Un precursore lucido del rinnovamento conciliare.
II prezioso libretto “LA PARROCCHIA”, nato “sul campo”, cioè dalla sua esperienza pastorale come Parroco a Bozzolo, traccia una strada precisa per il rinnovamento di. questa fondamentale cellula della Chiesa, chiamata a rendere presente e visibile la grazia della Pasqua “parà-oìkos”, presso le abitazioni, là dove le persone vivono.
La Parrocchia oggi è in crisi: un fatto che nessuno sinceramente può negare o fingere di non vedere. E don
Primo non si attarda in disquisizioni di sociologia religiosa, a cercare le cause di tale crisi; bensì, con un
brillante colpo d’ala, individua delle piste di soluzione a tale crisi. A distanza di quasi cinquant’anni, queste attendono ancora di essere percorse con coraggio. In quanto si rivelano in merito non soltanto ineludibili ma anche estremamente feconde quanto a contenuto e metodo.
La prima di esse consiste nella riproposta della povertà evangelica, l’urgente “scelta dei poveri”, secondo la lettera e lo spirito della prima e fondamentale beatitudine evangelica (cf Mt 5,3). Si tratta di una dimensione che don Primo rilegge nella sua situazione; va certamente declinata nell’oggi, ma conservandone l’integrità e l’urgenza, senza sconti né addolcimenti. Molto probabilmente, anche nel nostro tempo l’intento di a nnunciare il Vangelo in modo “aggiornato”, ha fatto dimenticare lo stile e le attenzioni che Gesù ha consegnato ai primi missionari (Cf Mt 10), incoraggiando equivoci sposalizi più con l’efficienza del pagani che con la follia della croce. Ma è soltanto questa “stoltezza” che rende efficace il vangelo e presente il Regno di Dio…

La seconda pista, consiste nel delineare un nuovo stile dell’essere preti a servizio del popolo di Dio. Don Primo richiama i pastori a cingere anzi tutto il grembiule evangelico della lavanda del piedi (cf Gv 13); ad avere nel cuore i poveri “presenza più che immagine del Signore”; a salvaguardarsi dall’imborghesimento; ad essere poveri nello stile, nella casa, nel tempio; ad essere “plebani”, cioè “gents della plebe”, uno del popolo, in tutto. E’ da rivedere, secondo Mazzolari, il criterio della
loro preparazione seminaristica e della loro sul territorio”, tenendo conto che “anche il prete è un uomo” e, come tale, da sostenersi anche sotto il profilo umano, per prevenirlo e metterlo al riparo da stanchezze e frustrazioni. Ne guadagnerà anche il loro servizio pastorale, che diventerà così “pieno ed esaltante”. La proposta di don Primo – il suo sogno della Comunità presbiterale – cioè di preti che facciano vita comunitaria, si rivela una strada feconda, in risposta a tutte queste urgenze. Certo: tale proposta non è il “tocca-sana”, e va preservata da illusioni e facili entusiasmi; ma va costruita e coltivata con gradualità, prudenza e lungimiranza fin dagli anni del Seminario.

Ma la Parrocchia – ed è un’altra felicissima indicazione di don Primo – è soprattutto composta di laici. Ma questi, per “essere nella chiesa, non hanno bisogno di fare i chierichetti”. Che è quanto dire: bisogna riscoprire il carisma della laicità, la ministerialità e missionarietà di tutti i battezzati. “E’ grave pericolo – scrive don Mazzolari – clericalizzare il laicato cattolico… creando un duplicato d’assai scarso rendimento… In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la testa propria e parla il proprio linguaggio”. Certo: se scrivesse oggi, alla luce di recenti studi e convegni, don Primo userebbe vocaboli teologicamente più pregnanti e precisi; ma travolgerebbe, con il vento dello Spirito, ogni tentativo di costruire castelli formalmente ineccepibili, ma in realtà solo vuote apparenze.
E la conclusione del libretto è di un’efficacia mirabile: “La Parrocchia rimane la Comunità base della Chiesa,
a patto che si faccia più accogliente e più adatta. Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono la discussione. La discussione, nei cuori profondi, anche se vivace e ardita, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita. E la Chiesa oggi ha bisogno di gente consapevole, penitente e operosa, fatta così”. Vent’anni di servizio pastorale nelle parrocchie del Nord Est d’Italia mi hanno convinto della lungimiranza ed attualità dell’analisi di don Mazzolari, e Insieme dell’urgenza di percorrere le strade che Egli indica per
uscire dalla crisi. Non si contano, dopo il Vaticano II, gli studi e le pubblicazioni di teologi e pastoralisti impegnati ad approfondire l’identità ed il ruolo della Parrocchia, ed individuare le strade di un suo autentico rinnovamento. I “vicini e i lontani” premono anche “alla base”, in questa direzione. La sensazione sempre più chiara è che la “piattaforma” per ogni successivo lancio, rimangono queste lucide intuizioni di Don Mazzolari: altro non sono che la consegna di Gesù al
suoi, ai Missionari del Vangelo. Esse ci consentiranno di evitare ogni “scollamento” fra teologia e prassi pastorale, e riporteranno la Parrocchia “presso le case”, come presenza ed annuncio credibile del Regno di Dio.
don Roberto Battistin

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BIOGRAFIA MINIMA
Don Primo Mazzolari nacque a Boschetto (CR) nel
1890 e morì a Cremona nel 1959.
Ordinato sacerdote nel 1912, ebbe cura d’anime in diversi paesi del cremonese, e fu a lungo parroco ed arciprete di Bozzolo. Figlio di contadini socialisti, derivò
dall’ambiente un ideale sociale che manifestò, pur rimanendo nella tradizione realistica del cattolicesimo, in
scritti che non sempre ebbero l’approvazione delle autorità ecclesiastiche. Nel dicembre del 1948 fondò il
periodico “Adesso”, un quindicinale che uscì per circa
10 anni. Le sue opere principali sono: “La più bella avventura; sulla traccia del Prodigo” (pubblicata nel
1932) e “Il compagno Cristo”, uno dei suoi ultimi
scritti, che suscitò vaste polemiche.

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