Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum

MA I SUOI NON L’HANNO ACCOLTO

 

 

“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv.1,11)

 

Quando leggo questo versetto del prologo del vangelo di S. Giovanni, la prima cosa che penso è che questa affermazione riguarda gli altri e non me.

La mia tendenza infatti (e oserei allargare dicendo “nostra”) è a guardare all’esterno, verso tutti quegli “altri” che sono egoisti e indifferenti, che “dicono e non fanno”, che non accolgono volentieri il prossimo, forse perché lo sentono diverso e ne hanno timore. E non accogliendo volentieri, ma trincerandosi nel proprio sacrosanto spazio privato, tengono così lontano anche quel Cristo che pure invocano nelle loro preghiere.

Il difetto sta tutto in quel guardare fuori di sé e non dentro. Perché la frase riguarda soprattutto me.

Devo smettere di cercare alibi nel comportamento degli altri: se non è giusto, il problema è soltanto loro, non mio. E  non ho nessun  diritto di giudicarli.

Ma questo versetto suona per me, adesso.

Io, ho mai accolto Cristo? Lo sto accogliendo?  E che razza di accoglienza è la mia?

Ho l’impressione – se ci penso bene – che quel Gesù che accoglievo con entusiasmo nell’infanzia, sia rimasto piano piano dimenticato in un angolino, come un bel regalo a cui subito si fa festa e poi si mette in un cassetto, pensando che prima o poi si ritirerà fuori: l’importante è averlo. Il guaio è che c’è il pericolo che si ricopra di polvere e sbiadisca fino a cancellarsi del tutto. Questo può succedere anche perché quel Gesù che ho messo da parte è un’immagine, un ricordino che ho rivestito di bei sentimenti, di emozioni, ma non ha nulla a che fare con un Gesù vivo.

Il Gesù vivo che posso incontrare ogni giorno e che mi pungola e mi ferisce con la sua diversità, e non è la bella immaginetta alla quale mi sono abituata.

Il Gesù vivo nei “fratelli” (parola facile a dirsi ma così difficile da rendere reale) che mi disturbano, che mi chiedono piaceri che non ho voglia di fare, che si aspettano che io tiri fuori quella coerenza tra il dire ed il fare che è così bello sbandierare per rimproverare gli “altri”.

Mentre riflettevo su questo, mi sono imbattuta in un libro di Jean Vanier (ci sono libri che ti arrivano addosso inaspettati) che riportava una lettera di Jung ad un amico cristiano e mi è sembrata degna di riflessione perché apriva un aspetto nuovo sull’accoglienza: per questo la trascrivo volentieri.

“…Vi ammiro, voi cristiani, perché vedete in chi ha fame o sete, Gesù. Quando accogliete un estraneo, o anche uno strano, voi accogliete Gesù. Quando vestite uno nudo, vestite Gesù. Trovo questo molto bello, ma ciò che non capisco è come mai non vediate Gesù anche nella vostra povertà. Volete sempre fare del bene al povero che è fuori di voi, ma negate il povero che è dentro di voi. Perché non potete vedere Gesù anche nella vostra povertà? Nella vostra fame e sete? Non vedete che c’è un malato anche dentro di voi? Che anche voi siete chiusi in una prigione di paure? Che ci sono cose strane in voi, violenze, angosce, cose che non controllate e che sono estranee alla vostra volontà? C’è uno straniero dentro di voi e dovete accoglierlo, non metterlo alla porta, non negare la sua esistenza, sapere che c’è, accoglierlo e vedere in lui Gesù.” 

C. G. Jung

E allora, Signore, tu che conosci i nostri limiti e le nostre debolezze, aiutaci ad accogliere tutti, compresi noi stessi ed apri le braccia della tua infinita misericordia a questo mondo di piccole formiche inquiete ed in cerca di Te anche senza saperlo.

Nicoletta Martiri Lapi

Annunci

I commenti sono chiusi.