Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum


LA VITA E’ MISSIONE per una missione mistica popolare

vita è missione 300 (2)Eccellente mezzo di evangelizzazione, il libro “LA VITA È MISSIONE” è una risposta alle urgenze della Chiesa in missione permanente. Questo libro del pe. Luigi Mosconi alimenta il gusto per la missione, come già ricordava l’indimenticabile Mons. Luciano Mendes de Almeida, pastore, maestro e profeta, arcivescovo di Mariana, morto nel 2006: «Dove c’è gente, c’è missione. Dove c’è missione, ci sono mille ragioni per essere felici».
Esattamente 21 anni fa, nel 25º anniversario del decreto Ad Gentes, il papa Giovanni Paolo II, firmò l’Enciclica “Redemptoris Missio”, confermando l’importanza del mandato missionario permanente. Era il 7 dicembre del 1990 e il papa prevedeva:
«Vedo albeggiare una nuova epoca missionaria, che diventerá giorno radioso e ricco di frutti, se tutti i cristiani e, in particolare, i missionari e le giovani Chiese corrisponderanno generosamente e santamente agli appelli e alle sfide del nostro tempo».
Il libro del pe. Luigi Mosconi e tutto il bel lavoro che c’è dietro sono un segno concreto di questa nuova epoca missionaria.
“La vita è missione”. Con questo titolo, ancora una volta, il nostro amico Luigi Mosconi ci invita a non separare la vita dalla missione. La vita è un dono prezioso, che include aspetti politici, economici, ambientali, emozionali, culturali, religiosi. La vita continua colpita e ferita. Suplica per uomini e donne che vivano, oggi più che mai, i sentimenti del buon samaritano…” (Lc 10,25-37). Pe. Luigi riesce a mostrare la bellezza della missione come il cuore della vita e di tutta la pastorale, seguendo le indicazioni della riunione delle Conferenze Episcopali Latino-americane riunite in Aparecida (Brasile), nel 2007, e, in particolare, della Chiesa del Brasile.
La ragion d’essere della Chiesa è testimoniare la bellezza esigente della missione di Gesù di Nazareth, oggi. È urgente rifare le strutture della parrocchia «perché sia sempre più una rete di comunità cristiane, capaci di articolarsi, facendo che i suoi membri siano veramente discepoli missionari di Gesù Cristo, in comunione» (Aparecida 172).
Raccomando vivamente una lettura meditativa e contemplativa di questo libro.

Porto Velho, 7 dicembre, 2011.

Moacyr Grecchi, arcivescovo di Porto Velho, Brasile

LA VITA E’ MISSIONE pp. 400, A5, € 18,00 coll. opere dello spirito n. 5 2013.
 Luigi Mosconi è prete diocesano, nato e ordinato in Italia. In Brasile dal 1967, ha lavorato in parrocchie, dedicandosi in special modo alla formazione di Comunità Ecclesiali di Base (CEBs). Per dieci anni ha fatto parte dell’équipe dell’Istituto di Pastorale Regionale (IPAR), con sede a Belèm, nello stato del Parà. Dal 1989 dirige gruppi di animatori missionari che realizzano Sante Missioni popolari. Ha scritto diversi libri
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Tratta delle donne, nuova fonte di introiti per i narcos

Scritto il 24 gen 2013 | 0 commenti | | In: America latinaDonneFeaturedMessico

Le bambine, appena adolescenti, vengono sequestrate per strada o all’uscita di scuola.

di Annalisa Melandri — L’Indro* 9 gennaio  2013

Il quotidiano messicano ‘La Jornada’ ha diffuso nei giorni scorsi le conclusioni di un recente rapporto redatto dalla Coalizione contro il Traffico di Donne e Bambine dell’America latina e Caraibi, (Catwlac, per le sue sigle in inglese) con riferimento all’influenza dei cartelli della droga in questa tipologia di crimine in Messico. “La tratta delle donne produce introiti per oltre 10 miliardi di dollari  l’anno ai cartelli del narcotraffico” ha dichiarato a ‘la Jornada’ Teresa Ulloa Ziáurriz direttrice per l’America latina dell’organizzazione,  che propone  a livello nazionale  e internazionale “la promozione del diritto delle donne e delle bambine a una vita libera da violenza e sfruttamento sessuale”.

Le bambine, appena adolescenti,  vengono sequestrate per strada, alla fermata degli autobus o all’uscita di  scuola. Il crimine organizzato dedito al traffico di stupefacenti le utilizza come ‘mule’ (il nome con cui sono chiamate in America latina le persone che trasportano droga, spesso all´interno del loro corpo)  o come schiave del sesso;  generalmente dopo poco tempo, vengono uccise o sfigurate nel volto per renderne impossibile il riconoscimento. “Quello che più ci preoccupa è che abbiamo iniziato ad avere un legame  tra la scomparsa,  per un periodo di tre/sei mesi ed il femminicidio” dichiara Teresa Ulloa Ziáurriz.

Nonostante il giro di denaro ad esso relazionato, si tratta di un fenomeno  ancora poco studiato, alla conoscenza del quale il rapporto recente di Catwlac può contribuire in maniera determinante  in quanto fornisce numeri e statistiche divisi per geografia nazionale, esami delle rotte  e un’ analisi del fenomeno tenendo conto dei quattro cartelli della droga che maggiormente sono coinvolti in questa tipologia di delitto  cioè quello degli Zeta, del GolfoNuovo Millennio e dei Cavalieri Templari.

Il problema maggiore resta l’impunità, denuncia l’organizzazione, in quanto le  autorità locali condannano principalmente  i narcotrafficanti solo  per i reati relativi al traffico di stupefacenti e quasi mai  per i  crimini correlati  come in questo caso.

Ad Apodaca, nel Nuevo León, racconta il rapporto, in tre anni sono scomparse oltre duecento bambine e giovani donne. Le loro madri  si sono sentite dire dalle autorità, al momento di  sporgere denuncia “che  si erano allontanate per piacere”. Le  ricerche, non sono nemmeno iniziate, proprio perché si tratta di donne, dichiara la Catwlac, denunciando una  discriminazione di genere.

Il fenomeno tuttavia non riguarda  solo il Messico, anche se questo risulta il paese più colpito per l’incidenza maggiore che ha il narcotraffico sul paese: in tutto il Centroamerica e l’America latina in generale si registra una ‘femminilizzazione’ del traffico degli stupefacenti come ha recentemente dichiarato  il presidente del Costa Rica Laura Chinchilla.

Questo fenomeno è sicuramente legato alla femminilizzazione dei flussi migratori; se la maggior parte delle donne migranti, in numero sempre crescente rispetto agli uomini, riesce a raggiungere incolume il luogo di destinazione dopo un viaggio lungo e non privo di rischi (soprattutto lungo il Centroamerica verso il confine con gli Stati Uniti, dove accedono attraverso la frontiera con il Messico) un numero consistente non ce la fa e cade nelle mani delle organizzazioni criminali che ne fanno carne da cannone per i loro affari illeciti.

In America latina ogni anno circa 100mila donne e bambine sono vittime della tratta di persona ma gli strumenti legislativi adottati dai singoli  paesi per porre freno al fenomeno sono ancora insufficienti e poco applicati.

Nel 2000 a Palermo, in Italia è stata redatta  dall’ONU la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, completata da  due Protocolli specifici, quello per “Prevenire, reprimere e sanzionare la tratta di persone, specialmente donne e bambini” e quello “contro il traffico illecito di migranti”. Si tratta di strumenti internazionali ancora relativamente recenti ai quali le legislazioni interne degli Stati si stanno, purtroppo lentamente, adeguando.

* in escluva per l’Indro — http://www.lindro.it e qui ripubblicato per gentile concessione


MA I SUOI NON L’HANNO ACCOLTO

 

 

“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv.1,11)

 

Quando leggo questo versetto del prologo del vangelo di S. Giovanni, la prima cosa che penso è che questa affermazione riguarda gli altri e non me.

La mia tendenza infatti (e oserei allargare dicendo “nostra”) è a guardare all’esterno, verso tutti quegli “altri” che sono egoisti e indifferenti, che “dicono e non fanno”, che non accolgono volentieri il prossimo, forse perché lo sentono diverso e ne hanno timore. E non accogliendo volentieri, ma trincerandosi nel proprio sacrosanto spazio privato, tengono così lontano anche quel Cristo che pure invocano nelle loro preghiere.

Il difetto sta tutto in quel guardare fuori di sé e non dentro. Perché la frase riguarda soprattutto me.

Devo smettere di cercare alibi nel comportamento degli altri: se non è giusto, il problema è soltanto loro, non mio. E  non ho nessun  diritto di giudicarli.

Ma questo versetto suona per me, adesso.

Io, ho mai accolto Cristo? Lo sto accogliendo?  E che razza di accoglienza è la mia?

Ho l’impressione – se ci penso bene – che quel Gesù che accoglievo con entusiasmo nell’infanzia, sia rimasto piano piano dimenticato in un angolino, come un bel regalo a cui subito si fa festa e poi si mette in un cassetto, pensando che prima o poi si ritirerà fuori: l’importante è averlo. Il guaio è che c’è il pericolo che si ricopra di polvere e sbiadisca fino a cancellarsi del tutto. Questo può succedere anche perché quel Gesù che ho messo da parte è un’immagine, un ricordino che ho rivestito di bei sentimenti, di emozioni, ma non ha nulla a che fare con un Gesù vivo.

Il Gesù vivo che posso incontrare ogni giorno e che mi pungola e mi ferisce con la sua diversità, e non è la bella immaginetta alla quale mi sono abituata.

Il Gesù vivo nei “fratelli” (parola facile a dirsi ma così difficile da rendere reale) che mi disturbano, che mi chiedono piaceri che non ho voglia di fare, che si aspettano che io tiri fuori quella coerenza tra il dire ed il fare che è così bello sbandierare per rimproverare gli “altri”.

Mentre riflettevo su questo, mi sono imbattuta in un libro di Jean Vanier (ci sono libri che ti arrivano addosso inaspettati) che riportava una lettera di Jung ad un amico cristiano e mi è sembrata degna di riflessione perché apriva un aspetto nuovo sull’accoglienza: per questo la trascrivo volentieri.

“…Vi ammiro, voi cristiani, perché vedete in chi ha fame o sete, Gesù. Quando accogliete un estraneo, o anche uno strano, voi accogliete Gesù. Quando vestite uno nudo, vestite Gesù. Trovo questo molto bello, ma ciò che non capisco è come mai non vediate Gesù anche nella vostra povertà. Volete sempre fare del bene al povero che è fuori di voi, ma negate il povero che è dentro di voi. Perché non potete vedere Gesù anche nella vostra povertà? Nella vostra fame e sete? Non vedete che c’è un malato anche dentro di voi? Che anche voi siete chiusi in una prigione di paure? Che ci sono cose strane in voi, violenze, angosce, cose che non controllate e che sono estranee alla vostra volontà? C’è uno straniero dentro di voi e dovete accoglierlo, non metterlo alla porta, non negare la sua esistenza, sapere che c’è, accoglierlo e vedere in lui Gesù.” 

C. G. Jung

E allora, Signore, tu che conosci i nostri limiti e le nostre debolezze, aiutaci ad accogliere tutti, compresi noi stessi ed apri le braccia della tua infinita misericordia a questo mondo di piccole formiche inquiete ed in cerca di Te anche senza saperlo.

Nicoletta Martiri Lapi


Anche le formiche soffrono di insonnia

http://www.annalisamelandri.it/2009/08/anche-le-formiche-soffrono-di-insonnia/

 

 

Da quando ne ho memoria, per me è sempre stato così. Fin da piccola. Da bambina solidarizzavo con le formiche quando mio fratello e i suoi terribili amici le bruciavano dopo averle cosparse di alcool. Loro ridevano nel vedere quelle fila di corpicini carbonizzati sui muri, io piangevo e li odiavo. Io che le studiavo, che “a faccia per terra e culo per aria” come mi diceva mia madre, passavo le ore a seguirle, ad osservarle, a disegnarle, ammirata di tanta solidarietà ed organizzazione, per la mia ricerca di seconda elementare. Le ho sempre amate le formiche. “Le formiche sono comuniste” ho sempre pensato. Quell’atto di bruciarle ripensandoci, mi fa venire i brividi oggi.Ci stermineranno tutti?
 
Me ne andavo sola per campagne e boschi, in una Napoli ancora vivibile, e almeno lì sulla collina magica dei Camaldoli, libera dal cemento, sognando di guerre passate delle quali scoprivo ordigni abbandonati, di lotte tra bande rivali nel casale della contessa, diroccato e teatro di oscuri traffici, la scoperta dei capanni dei “botti” illegali, era tutto magico per me.
 
Vivevo in una classica famiglia borghese. Ma per me tutto aveva origine dal basso. Ora riesco a capirlo. Mi affascinava la natura e i suoi misteri, nello spettacolo della quale, mi ritagliavo ruoli fantastici, mi incuriosiva la vita dei contadini, e quella degli uomini e delle loro malefatte. Più grande al liceo, piccola tra i grandi, l’occupazione, le manifestazioni con gli operai. Che ne sapevo io, appena quindicenne, degli operai. Ma lì volevo e dovevo stare. Non dovevano essere soli.
 
Nessuno doveva essere solo. Così i randagi, animali, uomini e amici,  entravano e uscivano dai miei anni.
 
Una volta ricordo che partimmo in auto verso la Sicilia. Vacanze. Per il viaggio appesi degli strofinacci dietro ai finestrini perchè mi facessero ombra durante il viaggio. Mio fratello, otto, nove anni, si arrabbiò tantissimo. “Sembra la macchina degli zingari” mi disse urlando. Forse è da allora che li ho amati, gli zingari.
 
E io ridevo, mi piaceva sentirmi una zingara, forse lo ero, lo sono tutt’ora. Mi piaceva immaginarmi zingara. In realtà in quel momento ero solo la figlia di una famiglia borghese che partiva per le vacanze al mare.
 
Ma zingara lo sono nel cuore, credo e come gli zingari sto in basso. Quella litigata con mio fratello mi ha segnata per sempre e non la dimenticherò mai. E’ stata simbolica. Il simbolo di differenze inconciliabili,  il simbolo di quello che poi fu ed è. Una frattura.
 
E stanotte che non riesco a dormire, ripenso a queste ultime mie giornate, appena tornata dalle vacanze, con tutto il peso dei mali del mondo sulle spalle. Stanotte pesa di più, con il pianto del cognato di F. in testa, il sangue di Carlo, “sangue nostro”, con il volto di Cristina, la figlia di  Francisco, scomparso in Messico due anni fa, difensore dei diritti umani, con la faccia stampata in mente dell’ambasciatore colombiano, la stesso che ho rivisto oggi in fotografia, il suo curriculum pesante di corruzione e crimine e le sue parole durante l’incontro avuto all’ambasciata.
 
Dovrei uscire mi dico, tutto il giorno passato al pc tra morti, sangue, violenze, scomparsi, a fare mia ogni lotta, da quella dei fratelli mapuche (un altro ragazzo ammazzato alle spalle, una ventina rifugiati nei villaggi feriti che non vanno negli ospedali per paura di essere arrestati, mi ha raccontato oggi Violeta) a quella dei compagni in resistenza da oltre un anno del mercato di Coyoacan, lettere, mail, petizioni, telefonate, proteste da organizzare, l’articolo denuncia da scrivere, i morti sul lavoro di luglio, una strage continua, i morti in mare, cimitero liquido italiano.
 
Dovrei uscire, ma esco e mi ritrovo a scaricare libri in biblioteca, così tanto per dare una mano, mi dico.
 
Dovrei uscire.
 
Domani sera c’è Ascanio Celestini all’Isola Tiberina. Celestini sul Ruanda. Ho deciso, ci vado. Per non dimenticare il Ruanda.