Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum

Beata colei che ha creduto di Giuseppe Costanzo

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20130514_122408“Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45)

Giornata Sacerdotale Mariana

Siracusa – 14  Maggio – 2013

 

Introduzione.

Ci ritroviamo insieme, qui convenuti da tutte le Chiese particolari della nostra terra, e ci lasciamo accogliere dalla Madre di Dio e Madre nostra dolcissima. Il cuore è pieno di commozione, di amore, di fiducia e di speranza. Maria, infatti,

  • “ è Madre che veglia sui suoi figli;
  •   è sorella che condivide con noi la condizione umana e discepolare;
  •   è Maestra di vita di vita spirituale;
  •   è Modello di virtù evangeliche;
  •   è guida verso le vette della santità;
  •   è immagine luminosa di chi ha anticipato in sé le realtà della grazia”

(Pedico M.M.)

Parte I: Una fede piena.

E veniamo al tema della nostra meditazione: “ Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45). E’ la prima beatitudine del Vangelo.

Sono le parole pronunciate da Elisabetta quando Maria giunse da lei. Elisabetta l’accolse con grande gioia e “piena di Spirito Santo” pronunciò quelle parole che ci aiutano a capire meglio che cosa era avvenuto a Nazaret, nell’incontro tra Maria e l’arcangelo Gabriele. La cosa grande che è accaduta a Nazaret è un grande atto di fede di Maria e, in conseguenza di esso, l’Incarnazione del Verbo: Maria “ha creduto” ed è diventata così “Madre del Signore”. Non c’è dubbio che questo aver creduto si riferisce alla risposta di Maria all’angelo: “ Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). “ Con queste poche e semplici parole si è consumato il più grande e decisivo atto di fede nella storia del mondo” (P. Cantalamessa).

Maria si offre a Dio come una pagina bianca, sulla quale Egli può scrivere tutto ciò che vuole. Il “fiat” di Maria è pieno ed incondizionato. E’ vero che chiede all’angelo “ Come è possibile? Non conosco uomo” ( 1,34), ma solo per sapere come compiere al meglio la volontà di Dio. Non è per incredulità – come Zaccaria – ma per sapere come comportarsi, dal momento che non conosce uomo.

Tra parentesi. Anche in questo Maria ci dà un grande insegnamento: in certi casi non è lecito voler capire a tutti i costi la volontà di Dio, o il perché di certe situazioni apparentemente assurde, ma è lecito chiedere a Dio la luce e l’aiuto per compiere tale volontà.

In Lei è come se Dio interpellasse di nuovo la libertà creata, offrendole una possibilità di riscatto. E così “ciò che Eva aveva legato con la sua incredulità, Maria l’ha sciolto con la sua fede” (S. Ireneo).

Eva aveva accolto la parola del serpente, Maria ha accolto la parola di Dio. Eva partorì disobbedienza e morte, Maria con la sua fede e obbedienza partorì la vita.

Alla pienezza di grazia da parte di Dio, corrisponde la pienezza della fede da parte di Maria: al “gratia plena”, il “ fide plena”.

La pienezza di grazia, annunciata dall’angelo, significa il dono di Dio stesso; la fede di Maria proclamata da Elisabetta nella visitazione, indica come la Vergine di Nazareth abbia risposto a questo dono” (R.M.n°12): Sì, mio Dio!

Un sì pensato, voluto, irreversibile. Un atto di fede col quale Maria  sul piano semplicemente umano – viene a trovarsi in una totale solitudine. “A chi può spiegare ciò che è avvenuto in lei?  Chi la crederà quando dirà che il bambino che porta nel grembo è opera dello Spirito Santo”? Una cosa – tra l’altro – che non è mai avvenuta prima di lei e mai più avverrà dopo di lei. Maria conosceva certamente ciò che era scritto nel libro della legge, che cioè se la fanciulla, al momento delle nozze, non fosse stata trovata in stato di verginità, doveva morire lapidata dalla gente del villaggio (cfr Dt 22, 20 sg).

Se la fede è un gettarsi completamente in braccio all’Assoluto, senz’altra garanzia che l’amore fedele di Dio, Maria è stata davvero la credente per eccellenza, di cui non potrà mai esserci l’eguale. Ella ha creduto prima di ogni conferma e di ogni convalida da parte degli eventi e della storia. Ha creduto in totale solitudine. Gesù ha proclamato la beatitudine di quelli che “pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29). Maria è la prima di coloro che hanno creduto senza avere ancora visto. Ha creduto subito, senza alcun indugio, senza volersi prendere tempo per riflettere. Ha impegnato tutta se stessa. Ha creduto che avrebbe concepito un figlio per opera dello Spirito Santo. Non ha detto tra sé: “ Bene, ora stiamo a vedere che cosa succederà; il tempo dirà se questa strana promessa è vera e se viene da Dio”. Non ha detto tra sé: “ Se son rose fioriranno …” Questo è ciò che ogni persona avrebbe detto, se avesse dato ascolto al buon senso e alla ragione. Maria, invece, credette, cioè “spalancò la porta al suo Creatore”, si mise nelle sue mani, senza limiti, senza condizioni. Si sottomise consapevolmente e liberamente alla parola ricevuta, alla divina volontà nell’obbedienza della fede divenendo così modello e madre di tutti i credenti. Come non pensare alle parole di Kierkegaard sulla fede? “Credere – diceva – significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e udire una voce che grida: Gettati, ti prenderò tra le mie braccia”.

Credere è tenere per certo che “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37), e che “tutto è possibile per chi crede” (Mc 9, 23).

Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, che è tradotto con “fiat” (“si faccia, avvenga”), in greco è all’ottativo: esso non esprime una semplice rassegnata accettazione, ma vivo desiderio, pronta e gioiosa adesione al disegno di Dio. Un atto libero, anzi il primo atto di vera libertà. Un atto di amore e di docilità, di filiale e fiducioso abbandono in Dio. Il centro del dialogo tra l’angelo e Maria è racchiuso dentro due frasi speculari e complementari: “ Come è possibile? Non conosco uomo”, “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,34.37).

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Maria crede che l’impossibile è possibile.

E’ possibile che Dio prenda carne, che Elisabetta vecchia e sterile generi un figlio, che l’ombra dell’Altissimo copra una ragazza di Galilea e la renda madre.

E’ possibile che un giorno la donna adultera non venga lapidata ma perdonata.

E’ possibile che Lazzaro esca dopo tre giorni dalla tomba.

E’ possibile che il figlio prodigo sia accolto con una festa.

E’ possibile che Paolo, il più fiero nemico dei cristiani, diventi il più grande propagatore della nuova fede.

E’ possibile l’impossibile: porgere l’altra guancia a chi ti percuote, perdonare 70 volte 7, amare i nemici, morire per amore e risorgere.

E’ possibile in questo mondo di disgrazia, trovare grazia.

E’ possibile nascere di nuovo. Sì, è possibile perché “tutto ciò che il Signore vuole, lo compie in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi” (Sal 134).

E così Maria “partorì credendo quel che aveva concepito credendo” (S. Agost.) “Prius mente quam corpore concepit” (S. Agost.)

Come tutta la storia di Abramo si fonda sulla fede, anche se solo una volta è pronunciata questa parola, così tutta la vicenda di Maria è impregnata e sostenuta dalla fede, benché questa parola sia pronunciata, anche per lei, una sola volta da Elisabetta.

Maria vive di fede durante il lungo periodo della vita nascosta di Gesù. Lo accudisce, lo istruisce, gli insegna a pregare. I suoi occhi sono spesso su di lui: lo guarda con amore, lo ascolta con stupore, lo avvolge di tenerezza materna. In questo contatto quotidiano non può non pensare che quel figlio a cui ha dato nome Gesù, è il “Figlio dell’Altissimo”. Maria sa di averlo concepito e dato alla luce in modo verginale, per opera dello Spirito Santo, con la potenza dell’Altissimo; sa, dunque, che quel Figlio è il “Santo”, “il Figlio di Dio”, di cui le ha parlato l’angelo. Ma questa conoscenza non nasce dall’evidenza, ma dalla fede nell’autorivelazione di Dio: Maria “ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Ella è la prima di quei “piccoli, ai quali il Padre ha rivelato le cose tenute nascoste ai sapienti e agli intelligenti” (cfr Mt 11, 25). Certo, non lo conosce come il Padre, però è la prima tra coloro ai quali il Padre, l’ha voluto rivelare … Maria, la Madre, è in contatto con la verità del Figlio solo nella fede e mediante la fede! E dunque beata perché ha creduto. In questo modo ella, “per molti anni “ rimase nell’intimità col mistero del suo Figlio, e avanzava nel suo itinerario di fede, man mano che Gesù “cresceva in sapienza … e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52) cfr R.M. 17.

La fede di Maria raggiunge il suo vertice nella preghiera del “Magnificat”, che è un canto di adorazione e di lode, un inno di incantato stupore, un’esplosione incontenibile di meraviglia.

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Maria ha capito che Dio è un Dio innamorato dell’uomo e compie meraviglie. Per dieci volte, in una specie di nuovo decalogo, Ella ripete: “ E’ Lui che ha guardato, è Lui che ha fatto, è Lui che libera, è Lui che sconvolge, è Lui che innalza, è Lui che ricolma, è Lui che rimanda a mani vuote, è Lui … è Lui…  Per dieci volte. Illuminata dalla fede, Maria legge la sua storia e quella del mondo, scoprendo che Dio è innamorato dell’uomo e per lui non cessa di fare prodigi. Mi sovviene un confessione, folgorante per un verso, amara per l’altro, di Cesare Pavese, che ebbe a dire così: “La fede: una sommersione in un mare d’amore”. Bellissimo! Folgorante! Ma con amarezza aggiungeva: “Se davvero fosse vero!”. Quello che Pavese riteneva inverosimile, è invece verissimo ed è stupendo: la fede è “una sommersione in un mare d’amore”. Per la Madonna, anzitutto. E poi anche per noi.

 

Parte II: Una fede provata.

Sarebbe, però, grave errore ritenere che Maria abbia creduto una volta per sempre, che ci sia stato un solo grande atto di fede nella vita della Madonna e che poi tutto sia stato un avanzare spedito nella serena luminosità del giorno. Ci sfuggirebbe l’essenziale. “Le opere di Dio – scrive – P. Cantalamessa – seguono una logica molto diversa da quella che noi siamo soliti immaginare. Quello che era chiaro in un istante all’inizio, perché lo Spirito lo rendeva tale, può non esserlo in seguito; la fede può essere messa alla prova dal dubbio; non dal dubbio su Dio, ma su di sé: “Avrò capito bene? Non avrò frainteso? E se mi fossi ingannata? E se non fosse stato Dio a parlare? La misteriosità di Dio resta tale, e prima di rassegnarci a vivere nel mistero, quanta agonia bisogna passare!” (Maria, specchio della Chiesa” p. 52 e sg).

La vita della Madonna fu piena di spiacevoli sorprese, di eventi che sembravano smentire le promesse divine, di continue rivelazioni che la lasciavano nel buio della mente e nella sofferenza del cuore. Si pensi – solo per fare qualche esempio – alle parole dell’angelo che le annuncia la nascita verginale di un Figlio che “sarà grande”, che sarà “Figlio dell’Altissimo”, e che di fatto nascerà “in una stalla” e sarà deposto “in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo” (Lc 2,7).

Si pensi alle parole di Simeone, che, prendendo il bambino Gesù tra le braccia, lo proclamò “salvezza” dei popoli, “luce delle genti”, ”gloria di Israele”, ma aggiunge anche che egli è “segno di contraddizione e che a lei “una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34).

Giovanni Paolo II parla in questo caso di un “secondo annuncio a Maria”, chiamata a “vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore, sofferente” e afferma che “ la sua maternità sarà oscura e dolorosa” (RM 16).

Si pensi alla fuga in Egitto: dopo la visita dei Magi, dopo la loro adorazione e l’offerta dei doni (Mt 2,11), “Maria, insieme al bambino, deve fuggire in Egitto, sotto la premurosa protezione di Giuseppe, perché “ Erode stava cercando il bambino per ucciderlo” (Mt 2,13). Si tratta veramente di una “notte della fede” per dirla con S. Giovanni della Croce. Si tratta di una fede provata dalla sofferenza, purificata dalla tribolazione, affinata dal fuoco come il metallo e perciò “molto più preziosa dell’oro” (1Pt 1, 7).

Si pensi al Calvario, dove la fede di Maria è paurosamente sfidata. Al momento dell’Annunciazione si era sentita dire del Figlio: “ Sarà grande … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre … regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,32). Ed ecco, stando ai piedi della croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori…” (Is 53,3).

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Quanto grande, quanto eroica è allora l’obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli “imperscrutabili giudizi” di Dio, alla inaccessibilità delle sue vie. Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione!

Al Calvario la sua fede è tartassata, la sua speranza è contraddetta, il suo amore è sfidato. “E’ questa forse la più profonda “Kènosi” della fede nella storia dell’umanità” (R M 18). E lei sta lì, impietrita dal dolore, ma incrollabile. Ripete il fiat della prima ora, il fiat della sua vocazione e della sua fedeltà. Vi si aggrappa con tutte le forze. Rinnova la sua offerta e quella del Figlio, Ecce … fiat. E’ l’Ecce più doloroso. E’ il fiat più straziante. Il Concilio afferma che ciò avvenne “ non senza un disegno divino”: “ Soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata”, Maria “serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce” (L.G. 58). Questo, però, non senza “una particolare fatica del cuore” (R.M. 17).

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Il Concilio Vaticano II ci ha fatto un grande dono, affermando che anche Maria “avanza nella peregrinazione della fede” (L.G. 58), cioè camminò, anzi “progredì “ nella fede. Anche in lei la fede è cresciuta e si è perfezionata. Non senza fatica. Non senza il martirio del cuore. Nel cammino di progressiva apertura al mistero del Figlio, Maria vive, come tutti, la fatica di comprendere. Una fatica accompagnata dallo stupore, dalla sorpresa, dal senso di timore e di meraviglia; la fatica di meditare, di dialogare per capire, di riflettere per non farsi sfuggire connessioni e riverberi inattesi. Alla Madonna dunque non è stata risparmiata la fatica – tipicamente umana – del domandarsi e del domandare. Si domanda: “che senso abbia un saluto come quello” (Lc 1, 29), domanda: “Come avverrà questo?” (Lc 1, 34), “Perché ci hai fatto questo” (Lc 2, 48). Intercede: “Non hanno più vino” (Gv 2, 3). Non cessa di riflettere: “Maria, da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).

Ha scritto il Card. Angelo Amato: “La comunione con Gesù ha implicato per la Madre una vera e propria educazione di fede, segnata da una particolare fatica del cuore, una specie di notte oscura e quasi un velo. In Maria non ci fu una visione totale, chiara del mistero del Figlio. La sua fu una intelligenza di fede, vissuta nella fatica dell’obbedienza, nel rischio dell’oscurità e nella gradualità della comprensione.”. Per dirla con parole semplici: la fede non è una fiaccola olimpionica, non è un trofeo da portare in trionfo, ma una fiammella da custodire tenacemente e da alimentare costantemente, per evitare che si spenga. Il Card. Newman parlava di una “luce gentile”.

 “Se Gesù fu tentato, scrive P. Cantalamessa, sarebbe veramente strano che Maria che gli è stata così vicina in tutto, non lo sia stata”.

La fede, dice S. Pietro, si prova nel crogiolo (1Pt 1,7 ) e l’Apocalisse dice che: “ il drago si pose davanti alla donna che aveva partorito” (12,4.13). E’ vero che qui la donna che viene assalita dal drago direttamente indica la Chiesa. Ma come potrebbe Maria dirsi ancora “figura della Chiesa”, se non avesse sperimentato in alcun modo, lei per prima, questo aspetto così rilevante nella vita della Chiesa che è la lotta e la tentazione da parte del Maligno?

Anche Maria, come Cristo, è stata “provata in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Escluso solo il peccato!

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Parte III: Una fede attenta alle prove e ai dolori dei suoi figli.

La fede autentica non fa evadere dalla storia, non porta ad estraniarsi dall’oggi. Essa, infatti, non è a dispetto dell’oggi, ma nell’oggi. E nell’oggi la fede ci fa guardare le cose con gli occhi e col cuore di Dio. Credere significa essere certi che l’amore esiste e che ha il volto della misericordia, come più volte ripete papa Francesco. Maria, che è la più perfetta credente, è sorella attenta e madre premurosa. Ella, pur essendo felice in cielo, non è insensibile alle nostre pene, non è stoicamente impassibile; è, invece, compassionevole e, quanto più la sua anima è sensibile, tanto più è acuto il suo dolore. “La felicità dei santi – ha scritto il compianto card. Martini – non è così imperfetta da non accettare di coinvolgersi nell’umana sofferenza.”.

Tutto il male che affligge l’uomo, che ne umilia la dignità e ne minaccia l’infelicità, ferisce il cuore della Madre. Ella vede tutto l’odio che avvelena i rapporti, le follie che striano di sangue l’umana convivenza, la corruzione che inquina la società, l’indifferenza che rende il fratello estraneo al fratello. Vede e soffre.

Vede l’avidità di denaro e la fame di potere, il dilagare della violenza e della prepotenza, il progressivo disgregarsi della famiglia e la silenziosa apostasia degli uomini dalla fede. Vede e se ne addolora.

Vede il crollo dei valori e degli ideali, l’esagerato amore di sé e il conseguente disprezzo degli altri, la crisi religiosa e la decadenza dei costumi. Vede e se ne affligge.

Vede lo smarrimento di tanti suoi figli che, ammaliati da falsi miraggi, chiamano emancipazione ogni dipendenza dagli idoli, progresso ogni regressione morale, liberazione dai tabù ogni forma di asservimento alle mode imperanti, battaglie di civiltà ogni involuzione dei costumi, diritti umani quei desideri individualistici che non tengono in alcun conto il vero bene comune. Vede e piange.

Vede la continua manipolazione delle coscienze operata dai mass media attraverso immagini e messaggi da cui pochi riescono a difendersi. Vede ed interviene con il linguaggio delle lacrime, con cui vuole scuotere le coscienze ed indurre a conversione. La fede cristiana corre il grave rischio di diventare irrilevante, perché non incide più sulla storia sociale e sulla vita quotidiana. Quando c’è, appare una fede languida, sentimentale, emozionale, che s’accende e si spegne di fronte agli eventi che impressionano, ma fatica ad incidere sulla dimensione etica della scelta per la vita e dell’impegno per la costruzione della città.

Piange la Madre. Piange di dolore di fronte allo scempio di un patrimonio accumulato in secoli di tenace impegno dei nostri padri. Piange di compassione per la sorte miseranda dei suoi figli, lontani da Dio, schiavi del peccato e spesso chiusi alla trascendenza. Piange di sconforto per la durezza di cuore di tanti che si dicono credenti, ma rifiutano la norma evangelica e offendono il Figlio suo. E’ sempre causa di tristezza per una madre vedere i figli malati e sofferenti. Che cosa non farebbe, una madre, per dare loro serenità, per rimetterli sulla buona strada, per renderli felici?

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A noi sacerdoti la Madonna Santissima chiede di essere trasparenza del Padre, immagine viva del Suo Amore misericordioso, messaggeri appassionati di speranza. A noi la Madre, nel suo amore premuroso, chiede di essere pastori dal cuore tenero, come quello di Gesù Buon Pastore: dunque, attenti, accoglienti, generosi ministri della consolazione. Il ministero della “Paràklesis” di cui parla l’Apostolo è quello oggi più urgente: le gente vuole sentirci vicini ai problemi che l’assillano, al lavoro che manca, allo stipendio che non basta, all’incertezza del futuro, all’angosciante solitudine, ai problemi di salute, all’instabilità degli affetti, all’emergenza educativa…Tocca anzitutto a noi preti offrire un servizio d’amore che aiuti a costruire un futuro migliore attraverso “un profondo rinnovamento culturale” e una “riscoperta di valori di fondo”. Tocca a noi ricordare all’uomo d’oggi che la crisi che stiamo attraversando non è solo economica e sociale, ma è anche e prima di tutto, culturale, morale e spirituale. Tale crisi – come ha scritto già nel 2009 Benedetto XVI –ci obbliga “a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa, così, occasione di discernimento e di nuova progettualità” (Charitas in veritate n. 21). Non è facile, tale servizio educativo, ma è necessario e urgente. Diceva la Beata Teresa di Calcutta, “frutto della fede è l’amore e frutto dell’amore è il servizio”.

Oggi noi ci stringiamo a Maria, alla più tenera di tutte le madri, alla Consolatrice degli afflitti, a Colei che è “di speranza fontana vivace”, e le diciamo accoratamente: soccorrici, o Madre buona, asciuga il nostro pianto e sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore. Aiutaci, o maestra e modello di vita, o Vergine sempre fedele, o “porto sicuro nel comune naufragio”. Abbi pietà di noi! Non stancarti di amarci!

† Giuseppe Costanzo

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* Don Luca Saraceno ci comunica che il video sarà presto a disposizione sul sito del Santuario.

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