Ecce Homo – Ragusa

pe. giovanni, fidei donum

L’ESPERIENZA DEI SACERDOTI FIDEI DONUM

In Cammino per la Missione - incontro a PIME - Massannunziata

In Cammino per la Missione – incontro al PIME – Massannunziata

L’intervista pubblicata qui di seguito è datata 2006, ma è ancora di grande attualità o per lo meno come Fidei Donum rientrato da tre mesi in Italia vedo che le riflessioni, le proposte, le linee maestre sono vive nella mia esperienza.

Di certo sarà più efficace una riflessione più comunitaria sul tema.

L’ESPERIENZA DEI SACERDOTI FIDEI DONUM E LA  CHIESA
ITALIANA IN CAMMINO VERSO VERONA*

Intervista a Sua Ecc.za Mons. Antonio Lanfranchi, Vescovo di Cesena-Sarsina

Eccellenza, per ricordare i cinquant’anni dell’enciclica Fidei donum di Pio XII, si è tenuto, a Salvador de Bahia (Brasile), il Congresso dei sacerdoti fidei donum presenti in America Latina, cui lei ha partecipato, e a cui seguiranno altre celebrazioni. Alla luce delle grandi trasformazioni che il mondo missionario ha conosciuto in questo mezzo secolo, com’è cambiata la figura del sacerdote fidei donum e qual è la sua fisionomia attuale?

Il convegno a Salvador de Bahia è stato per me molto importante. Ho visto molti sacerdoti fidei donum animati da vera passione per Cristo e per l’uomo, in particolare per i più poveri. Credo, allora, che vadano evidenziati, prima ancora dei cambiamenti, gli elementi di continuità che hanno caratterizzato e unito l’esperienza dei fidei donum e che dovranno animare anche quelli che verranno. Traggo questi elementi dal convegno di Salvador e da incontri personali con sacerdoti fidei donum e li riassumerei nell’essere animati dal fuoco della missione, alimentato dalla passione per Cristo e per l’uomo, dalla coscienza di essere incardinati in una diocesi, ma di appartenere alla Chiesa universale.

Questi elementi vanno trasmessi e incrementati. A partire da essi vi sono poi

dei tratti che caratterizzano sia la persona del pretefidei donum che la sua azione pastorale nella situazione attuale. Sono aspetti che cambiano rispetto a cinquant’anni fa, in relazione al fatto che ci troviamo di fronte a sfide nuove, con le quali anche la Chiesa si deve confrontare. Alcune di esse sono legate ai singoli continenti, alle singole nazioni; altre caratterizzano la Chiesa in quanto tale, poiché si presentano come fenomeni universali.

Oggi ci troviamo di fronte, ad esempio, ad una sensibilità religiosa nebulosa, sentimentale, soggettiva; ad un secolarismo che tocca sia l’Italia, sia il Brasile e altre nazioni; al consumismo e al suo mito. I fidei donum in genere lavorano con gente povera, che però, una volta migliorata la propria condizione, rischia anch’essa di lasciarsi prendere dal mito del consumo. Ci troviamo di fronte alla perdita dei valori morali, all’accresciuto divario tra ricchi e poveri, ma soprattutto di fronte ad un fenomeno ampiamente diffuso, al nord come al sud, che è quello di una grande povertà di senso. La considero la più grande povertà, determinata da situazioni diverse, che vanno dalla mancanza dei beni fondamentali per vivere, allo sfruttamento, al consumismo, al materialismo, al secolarismo. L’evangelizzazione deve aiutare a dare un senso di pienezza alla propria vita.

Tutto questo porta ad una nuova evangelizzazione, con metodologie pastorali adeguate, e richiede di ripensare la figura del fidei donum.

L’evangelizzazione oggi, rispetto a cinquant’anni fa, forse è più complessa, più difficile. Chi partiva allora presentava un po’ la fisionomia del pioniere, di colui che doveva inventare. Oggi si richiede un’accurata preparazione umana, culturale, pastorale prima della partenza e poi anche una preparazione sul campo. Si richiede inoltre una padronanza della lingua e una conoscenza del popolo in mezzo al quale si è chiamati a vivere.

Oggi acquista maggior importanza la capacità di lavorare insieme nel portare avanti la missione, d’essere testimoni di comunione a più livelli, perché stanno emergendo nuove figure fidei donum: oltre ai sacerdoti, ora anche i laici. Occorre essere capaci, perciò, di agire dentro una progettualità che coinvolga la Chiesa d’origine e la Chiesa a cui si è inviati.

È importante che dietro a chi parte ci sia un progetto di Chiesa missionaria, che interessi sia la Chiesa che invia sia quella che accoglie.

Mi piace citare quello che dice la Redemptoris missio al n. 69: «I presbiteri fidei donum evidenziano in modo singolare il vincolo di comunione tra le Chiese, danno un prezioso apporto alla crescita di comunità ecclesiali bisognose, mentre attingono da esse freschezza e vitalità di fede».

A Salvador de Bahia sono riecheggiate alcune espressioni significative come: «occorre essere oggi non solo giardinieri, ma anche seminatori», «occorre essere meno protagonisti e più servitori». Interpreto queste espressioni nel senso che tanti fidei donum, in passato, sono arrivati in diocesi povere di sacerdoti locali. Lì poi, grazie anche alla loro attività, sono sorte vocazioni sacerdotali. Mentre all’inizio il clero locale era a servizio dei fidei donum, oggi è quest’ultimo che spesso si pone al servizio di una Chiesa locale che si è strutturata. Questo richiede una forte mentalità di servizio.

In questi 50 anni, 1900 sacerdoti hanno risposto all’appello del Papa e si sono aperti totalmente alla missione ad gentes. La loro partenza è come un dono di scambio e partecipazione fra due Chiese locali sorelle. Quali vantaggi pastorali ha prodotto il servizio dei sacerdoti fidei donum nelle Chiese dove sono stati inviati?

La mia conoscenza e la mia esperienza sono troppo limitate per offrire una risposta esauriente. Partendo, però, dai tre viaggi che ho fatto in Brasile per incontrare i presbiteri fidei donum, quando ero Vicario Generale di Piacenza, partendo anche dal convegno di Salvador de Bahia e dalle testimonianze raccolte, mi sembra di poter dire che la presenza dei fidei donum sia stata determinante per promuovere e far crescere un clero locale che ora porta avanti la pastorale. Questo è uno degli aspetti più belli, quello di aver avuto cura della promozione di vocazioni sacerdotali.

Mi sembra di poter dire, inoltre, che i fidei donum hanno offerto la testimonianza di un servizio gratuito senza risparmio di energie. Non sono stati preti ad ore, o degli impiegati. Ho visto piuttosto una testimonianza che ha lasciato il segno e ha dato speranza ai poveri.

Il fatto che le comunità, a cui i fidei donum sono stati inviati, si siano sentite considerate e seguite da persone che si spendevano gratuitamente senza riserve è un altro aspetto molto importante.

Un terzo aspetto è l’aver offerto a queste comunità la gioia di sentirsi dentro un respiro più grande, parte di una Chiesa cattolica, universale, aperta.

Un quarto aspetto, che si nota quando il fidei donum rientra, è quello di dare a quelle comunità presso cui ha operato, la gioia di poter dire: «Anche noi possiamo donare la nostra fede». Un missionario, infatti, rientrando porta anche la fede che ha vissuto in missione, in mezzo al popolo.

Certo bisognerebbe fare un bilancio più approfondito interpellando le Chiese cui sono stati inviati i fidei donum, per dire cosa ha significato per loro questa presenza, però, ad una prima lettura, mi sembra che questi aspetti siano molto importanti.

Questa collaborazione missionaria fra due diocesi locali dovrebbe produrre dei vantaggi pastorali non solo per la diocesi che riceve, ma anche per quella che invia. Secondo lei, quale apporto positivo ha dato alla diocesi d’appartenenza il rientro e reinserimento dei sacerdoti fidei donum?

Attraverso i fidei donum che rientrano avviene davvero uno scambio, un donarsi reciprocamente la fede: non solo si dona la fede, ma ci si arricchisce della fede delle comunità in cui si è svolto il loro ministero. C’è uno scambio, in tal senso, che non è legato a delle iniziative, ma al fatto che il prete è stato segnato e porta sul suo volto i tratti della comunità in cui ha prestato servizio.

Credo, inoltre, che i fidei donum abbiano portato nella Chiesa d’origine uno spirito di comunione, che si traduce nella volontà e nella capacità di lavorare insieme.

La formazione che i presbiteri hanno ricevuto qui era più di stampo individualistico. Chi va in terra di missione e ritorna, porta l’esperienza di una Chiesa più ministeriale, meno centrata sulla figura del sacerdote e

più attenta alla corresponsabilità e alla partecipazione di tutti. In essa il sacerdote continua ad essere essenziale, però non è l’unica figura per vivere l’appartenenza e la missione della Chiesa.

Porta anche il vissuto di una Chiesa più incentrata sulla parola di Dio, più evangelizzante. Questo, per me, è uno dei tratti urgenti da cogliere.

Noi rischiamo di vivere in comunità che trascinano un modo di fare pastorale, che oggi non ha più presa. Chi ritorna viene da un’esperienza di Chiesa che si sente più in cammino, più viva, meno rassegnata e stanca, più aperta al futuro, alla speranza. Mi sembra che questi siano doni  importanti che può dare chi rientra.

Ad ogni modo, come è emerso anche a Salvador de Bahia, il rientro di un fidei donum deve essere curato meglio. Ho visto che alcuni hanno paura di rientrare,  altri, che sono rientrati, desiderano tornare in missione. Questo è segno di un disagio all’interno di una pastorale, in cui non si ritrovano pienamente. Ci si deve interrogare anche su come considerare il fidei donum. Egli non è ad tempus, tale cioè solo per il periodo in cui sta in missione, ma è fidei donum sempre, anche quando rientra, depositario di un dono, di un carisma che permane e che, se è accolto, fa crescere la missionarietà in tutti. Il presbitero fidei donum diventa, allora, interprete della natura della Chiesa e l’aiuta ad uscire dalla tentazione di chiudersi in se stessa. La domanda da porsi è come valorizzarlo proprio perché si mantenga viva, anche attraverso la sua persona, la missionarietà di tutta la Chiesa.

Il Concilio ci ha ricordato che la Chiesa è missionaria per sua stessa natura. Per questo, la dimensione missionaria di una parrocchia deve essere vista come l’asse centrale che orienta e determina tutta la pastorale. In questa linea, che importanza può avere il contatto diretto di una parrocchia con un luogo di missione in cui lavora un sacerdote fidei donum?

«Fidei donum», prima di indicare una persona, indica una caratteristica qualificante la Chiesa, che è identificata proprio dal fidei donum, cioè dal dono della fede. Un dono accolto e che deve a sua volta essere donato. La Chiesa, quindi, trova la sua definizione fuori di se stessa; non ripiegandosi su di sé, bensì aprendosi alla Trinità da cui si sente generata e al mondo a cui è inviata. La missione, perciò, entra nella definizione stessa della Chiesa: senza missione non c’è Chiesa, non c’è cristiano.

Paolo VI, nell’Evangelii nuntiandi, ricordava che l’evangelizzazione è la grazia e la vocazione propria della Chiesa. Tutto deve avere una dimensione evangelizzante. Giovanni Paolo II parlava di tre vie in cui si esprime la missione della Chiesa, in riferimento a tre situazioni differenti: la missio ad gentes, la cura pastorale e la nuova evangelizzazione.

Diceva che se è debole una di queste vie, sono deboli anche le altre. Per cui, se è debole la missio ad gentes in una diocesi, questa deve interrogarsi anche sulla sua pastorale e sulla nuova evangelizzazione (cfr. RM 33-34).

Trovo vero quello che diceva il teologo Congar, quando affermava che la parrocchia è un po’ un vasto mondo. La parrocchia media oggi è, in effetti, un vasto mondo nel senso che le tre situazioni della missione sono presenti in essa contemporaneamente.

In una parrocchia media di Cesena troviamo: chi non ha ancora conosciuto Gesù Cristo e non è stato battezzato; chi  ha alimentato la sua fede e quindi ha bisogno di cura pastorale; e infine chi, pur essendo stato battezzato, ha abbandonato ogni pratica e quindi ha bisogno di una nuova evangelizzazione.

In questa situazione, il focalizzare la missio ad gentes – e il ministero del fidei donum lo vedo in quest’ambito – diventa un paradigma per tutta l’azione pastorale e non c’è nulla di più efficace che farne l’esperienza e non solo rifletterci teoricamente. Da qui l’importanza di portare il più possibile le parrocchie a contatto con chi ha fatto quest’esperienza, o coinvolgere i membri della parrocchia dentro quest’esperienza, perché è il vedere, il toccare con mano che smuove, più di tanti discorsi.

Eccellenza, la Chiesa italiana si sta preparando al IV Convegno Ecclesiale Nazionale, dal tema «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo». Quale apporto possono dare i sacerdoti fidei donum e tutti i missionari ad gentes alla riflessione e allo sviluppo concreto di questo tema così fortemente missionario?

Possono certamente dare un gran contributo, proprio in relazione a quegli aspetti espressi nel titolo del Convegno «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo». La Chiesa è più che mai chiamata a vivere e a portare la speranza. Quale speranza? Quella speranza «viva», di cui parla Pietro nella sua prima Lettera. La speranza che anzitutto si identifica con un evento, prima di essere una virtù. L’evento speranza è la Risurrezione di Gesù dai morti, è la nostra futura risurrezione con il corpo, sono «la nuova terra e i nuovi cieli» che attendono i futuri risorti, come la loro «eredità incorruttibile, immacolata, inalterabile». Il cristiano non può non essere uomo di speranza, perché basa tutto sulla Risurrezione di Gesù, nel quale il mondo è stato rinnovato e salvato. Questo deve spingere a vivere la speranza come virtù teologale, che si traduce in uno stile di vita quotidiano. Il documento in preparazione di Verona «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo» al n. 2 dice che «la proclamazione della speranza della risurrezione riveste oggi particolare significato per dare forza e vigore alla testimonianza».

Il contributo dei sacerdoti fidei donum mi sembra che sia nella linea di mantenere viva la centralità di quell’evento, che è l’incontro con Gesù Cristo morto e risorto. è quest’evento che genera un impegno, che pone in cammino, che aiuta a vivere la speranza. è quel che definiamo il primato della fede sull’etica, sulla stessa religiosità e spiritualità. Oggi questa è  una priorità.

L’altro contributo grande che i fidei donum possono dare è l’immettere dentro le nostre comunità quello che all’inizio ho chiamato il fuoco della missione, determinato proprio dall’incontro con Cristo, che fa camminare la fede e la speranza.

Peguy parlava delle tre sorelle: le due sorelle maggiori, la fede e la carità che conducono la piccola speranza. A chi le osserva camminare possono venire in mente due interpretazioni.  è la piccola sorella che fa camminare le due più grandi, perché ha voglia di crescere, o sono le due sorelle grandi che fanno camminare la piccola?

In questo contesto amerei dare la seconda interpretazione: è la piccola sorella, la speranza, particolarmente portata da chi vive in terra di missione, che mette o rimette in moto la fede e la carità delle nostre comunità.

Quali obiettivi, secondo lei, sarebbe auspicabile raggiungere con il Convegno di Verona, dopo quello di Roma, Loreto, Palermo, per la Chiesa italiana?

La preparazione stessa del Convegno elenca degli obiettivi, che non sto a riprendere perché sarebbe un discorso lungo. Li riassumerei però, ancora, proprio nel titolo del Convegno e nella concezione di Chiesa che ho richiamato: una Chiesa che trova la sua definizione fuori di sé, nella Trinità da cui è generata e nel mondo a cui è inviata.

Auspicherei che dal Convegno di Verona emergesse una Chiesa meno ripiegata su di sé, più incentrata su Dio, su Gesù Cristo, quindi sull’esperienza della Trinità, e più consapevole di avere un tesoro che deve comunicare al mondo di oggi; una Chiesa più missionaria, sapendo che essa è come l’anima nel corpo, direbbe Diogneto.  Se viene meno l’anima viene meno la vita; se viene meno la Chiesa con la sua missione, anche il mondo perde la speranza, intristisce, non ha più prospettive.

(A cura di Emanuela Furlanetto e Luigi Moretti)

 * in “Missione Redemptor hominis” n. 77 (2006) 6-7.

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